A che punto è la notte – Le Stax session di Elvis

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Peter Guralnick intitola il capitolo di Careless Love relativo al periodo febbraio-ottobre 1973 In Caduta Libera e quello successivo, sino a dicembre 1974, La vita impersonale. Un giudizio netto, sull’uomo e sull’artista. La discussione sugli ultimi anni di Elvis tra fan, critici e testimoni più o meno attendibili è, tuttavia, lontana dalla conclusione e l’aura del Re continua ad essere più grande della sua breve vita. La pubblicazione di Elvis At Stax è l’ennesima occasione per riaprirla. Quelle canzoni che, a detta di molti, Elvis registrò con poco entusiasmo nel luglio 1973 e poi con migliore attitudine cinque mesi dopo, sono la fotografia di un artista senza più stimoli, di un uomo sofferente nel corpo e nella psiche, o costituiscono, invece, uno dei momenti più fulgidi di una carriera che aveva già attraversato fasi diverse e contraddittorie? Elvis At Stax non contiene la risposta definitiva, in grado di mettere d’accordo tutti. Né potrebbe, perché le 55 canzoni che lo compongono, outtakes incluse, sono già state pubblicate. Rimesse in fila in unico progetto, costituiscono però la più vivida testimonianza di quei giorni discussi. Sono la voce del Re catturata nel buio dello studio di registrazione, nella notte di Memphis. A che punto era, allora, la notte di Elvis in quel 1973?

I mesi che precedono le session
Il 1973 si era aperto per Elvis nel migliore dei modi con Elvis Aloha From Hawaii, un concerto all’Honolulu International Center Area filmato il 14 gennaio e teletrasmesso in tutto il mondo. Un successo televisivo senza precedenti, oltre un miliardo gli spettatori, e discografico. Ma al di là dei numeri di share e di vendita, qualche lama di buio lambiva il biancore del costume di Elvis. Sovrappeso, nonostante la dieta alla quale si era sottoposto per l’evento, strizzato nella tuta da 2300 dollari da Capitan Marvel (la definizione è di Guralnick), sembra aver perso la luce che solo cinque anni prima aveva brillato nel ring del suo comeback televisivo. “Elvis era lento e poco concentrato, si vedeva benissimo” confida Joe Guercio a Guralnick. Nulla in confronto alle imbarazzanti esibizioni all’Hilton di Las Vegas del mese dopo, più volte sospese per malattia (i comunicati parlavano di influenza, ma lo staff sapeva che si trattava di instabilità emotiva unita ad una dipendenza da farmaci), caratterizzate da cali di voce, monologhi improvvisati, addirittura una rissa sul palco. A marzo, tuttavia, il Colonnello Parker per 10 milioni e mezzo di dollari, 6 dei quali nelle sue tasche, rivende tutto il catalogo di Elvis alla RCA, firma un nuovo contratto di 7 anni per 14 album e 28 singoli, si assicura una fantasiosa quantità di consulenze e compartecipazioni, e condanna il suo ragazzo ad un rientro poco gradito in sala di registrazione. Il 29 giugno RCA informa Elvis che “allo scopo di avere del prodotto a disposizione…abbiamo fissato una seduta di registrazione per metà luglio”, lasciandogli la scelta degli studi. Una scelta facile da predire. Luglio è il mese di vacanza per Elvis, da trascorrere a Graceland con la figlia Lisa Marie, affidata dopo il divorzio alla madre Priscilla. A pochi minuti da casa, gli studi Stax al 928 Est di McLemore Avenue sono l’unica soluzione. Le session vengono fissate a partire dalle 8 di sera del 20 luglio, tre giorni dopo l’apertura, da parte di Priscilla, di una nuova istanza per la definizione economica del divorzio. Quanto quella scelta non avesse altra motivazione se non quella logistica, Jim Stewart, fondatore della Stax, e i suoi musicisti lo avrebbero capito presto.

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20 – 26 luglio, alla Stax si fa karate
Scrive Guralnick che la prima sera Elvis non si fece vedere. La qual cosa, unita alle restrizioni imposte dalla RCA che, ad esempio, vietavano l’ingresso del personale Stax agli studi, creò una atmosfera poco propizia ad una seduta di registrazione. Scrive Rob Bowman in Soulsville U.S.A. The Story Of Stax Records: “Jim Stewart si aggirava per lo studio prendendo nota di tutto quello che non andava, ripetendo costantemente “nessun problema”. Tale era il suo desiderio di avere Elvis che arrivò a chiedere a Isaac Hayes di rinunciare alle ore di registrazione che aveva già prenotato”. Per le session furono convocati i musicisti che avevano già suonato con Elvis nel 1969 agli American Sound Studios, alcuni turnisti Stax, Ronnie Tutt e James Burton della TCB, la band di Elvis. “Sono stato il band leader di Elvis e ho lavorato con lui dal 1969 sino alla sua morte” ci racconta Burton. “Elvis mi chiamò e mi disse di mettere assieme un gruppo. C’erano Reggie Young, Tommy Cogbill, Bobby Woods e Bobby Emmons, degli American Sound Studios, più Bobby Manuel, Duck Dunn e Al Jackson della Stax. Il rapporto con loro è stato, anche in quella occasione, grandioso. Avevamo già lavorato assieme prima di Elvis e abbiamo continuato anche dopo. Tra noi esiste un reciproco rispetto e siamo amici da tanti anni. Non ricordo tensioni in studio. Non ce ne sono mai state con Elvis. Tante risate, ma mai tensioni”. Al secondo appuntamento, il 21 luglio, Elvis arriva con cinque ore di ritardo. “I suoi occhi erano gialli”scrive Ernst Jorgeson in A Life In Music citando Bobby Woods “la sua carnagione era gialla…non potevo credere fosse la stessa persona. Sembrava un altro e agiva in modo del tutto diverso”. Vestito di bianco con un mantello nero e un “Borsalino alla Superfly”, come lo descrive Guralnick, il Re è accompagnato dal suo maestro di karate Kang Rhee con il quale mette in scena una dimostrazione di arti marziali. “L’atmosfera era tutta sbagliata” ha raccontato Bobby Manuel a Bowman “del tipo, ma chi è questo che monta un tale casino e si presenta con questi pagliacci”. A complicare ulteriormente la situazione nascono anche problemi di natura tecnica, dovuti alla non familiarità del fonico di Elvis, Al Pachucky, con gli impianti Stax, datati rispetto a quelli RCA. Pachucky registra tutto in flat senza equalizzazione ed è costretto, a causa della limitatezza del mixer di sala con solo 8 piste, ad inserire nelle cuffie dei musicisti voci e strumenti non mixati. Oggi Burton nega vi siano stati problemi “non era compito mio preoccuparmi dell’equipaggiamento dello studio, ma abbiamo sempre registrato bene”, mentre in una intervista del 1999 ricostruiva così quelle session: “Si verificarono diversi problemi tecnici, c’era qualcosa nel suono che lo disturbava. Ma credo che fosse lui (Elvis, nda) a vivere un momento difficile”. Con Young, Cogbill, Tutt e Burton, Elvis registra comunque tre master, If You Don`t Come Back, Three Corn Patches, Take Good Care Of Her, errebì e rock and roll di maniera i primi due, pop mainstream senz’anima il terzo. E parecchi altri li scarta: “Erano canzoni orribili” racconta Jerry Carrigan a Guralnick, un repertorio raccogliticcio messo assieme con poca cura da Freddy Bienstock, giudizio che Burton oggi contraddice lapidariamente: “Elvis non ha mai registrato una brutta canzone. Basta guardare le vendite dei suoi dischi nel corso di tutti questi anni”.

stax-recordsTuttavia sono proprio i musicisti Stax, che saranno impiegati solo nelle ultime due sere, a non gradirle. “Il motivo per cui eravamo stati chiamati” ha raccontato Manuel a Bowman “era per suonare canzoni di Otis Redding o della Stax. Lui (Elvis, nda) avrebbe dovuto cantarne qualcuna. Sarebbe stato micidiale riportarlo a qualcosa di veramente naturale…ma poi tirarono fuori queste stupide canzoni pop. Fu ridicolo. Non sapevo cosa suonare”. La sera successiva, il 22 luglio, Elvis si fa accompagnare dalla figlia Lisa Marie e dalla nuova fidanzata, Linda Thompson. Preoccupati dal disinteresse mostrato da Elvis la sera precedente nei confronti delle canzoni, il produttore Fenton Jarvis e Bienstock si procurano nuovi brani. L’idea migliore è chiamare Tony Joe White, la cui Polk Salad Annie era da qualche anno uno dei numeri di punta dello show di Elvis. “A quei tempi vivevo a Memphis” ha dichiarato White dieci anni fa “e una notte, alle 4 del mattino, ricevetti una telefonata. Una voce dall’accento tedesco mi dice “Mr. White, siamo alla Stax, avete qualche canzone? Ne abbiamo bisogno”. “Che diavolo succede” risposi “perché mi chiamate a quest’ora?” Mi spiegò che era Freddy Bienstock, l’editore di Elvis. Gli domandai se Felton fosse lì e mi disse di sì. Così andai nel mio studio e presi una copia di For Ol’Times Sake e I’ve Got A Thing About You Baby e di un’altra canzone. Guidai fino in centro e fui accolto in un vialetto buio da due uomini nell’ombra, in completo e cappello. Con forte accento tedesco chiesero “Hai i nastri?” e quindi fui portato in una stanzetta. Era una situazione davvero strana. In uno sgabuzzino, nella parte più squallida della città, assieme a questi due tizi di 50 o 60 anni con un registratore a bobine. Ascoltarono un paio di battute di For Ol’Times Sake e I’ve Got A Thing About You Baby e poi la terza canzone. “Ci piacciono le prime due” mi dissero “ora vattene”. Per fortuna a quel punto arrivò Felton e mi portò in studio dove c’era Elvis. In quel momento ho capito quanto Elvis avesse perso contatto con la strada, per lasciare che questi due vecchi scegliessero le canzoni per lui”. I’ve Got A Thing About You Baby, Find Out What`s Happening e Just A Little Bit, sono i tre master che Jarvis ricava quella notte da Elvis, la cui apatia viene smossa dalla migliore qualità di scrittura delle canzoni, in particolare la prima e la terza. For Ol’Times Sake, assieme a Raised On Rock e Girl Of Mine viene registrata, invece, il 23 luglio, l’ultima session con Elvis. Il 24 luglio, infatti, con la band della Stax desiderosa di misurarsi con il Re, il fonico Pachucky si accorge che i microfoni di Elvis sono spariti. Elvis lascia gli studi e per le due notti successive non si fa vedere. In sua assenza Jarvis registra le basi per 4 ipotetici master e l’avventura estiva alla Stax viene archiviata con il disappunto del Colonnello Parker e della RCA, che si ritrova con nemmeno la metà del prodotto di cui avrebbe voluto disporre.

1973_sept_3_5Il Re è nudo, viva il Re
Fra luglio e dicembre, la carriera e la vita stessa di Elvis sembrano sul punto di andare a rotoli. Il nuovo ingaggio a Las Vegas viene accompagnato da recensioni feroci che lo ritraggono grasso e affaticato, quasi ridicolo nella testarda scimmiottatura di ciò che era stato. Il suo atteggiamento sul palco è sempre più spesso sconcertante e confuso. Alle canzoni, anche improvvisate e infarcite di invenzioni adatte a bar di provincia, Elvis alterna tirate contro la proprietà dell’Hilton, come quando, racconta Guralnick, prende posizione contro il licenziamento di un cameriere. Anche il rapporto con il Colonnello Parker ne risente e i due arrivano ad un passo dalla separazione, che non avviene solo perché il manager reclama una buona uscita che Elvis non può sostenere. Di nuovo in sella, per placare le tensioni con la RCA, Parker fissa una session in settembre presso la villa di Elvis a Palm Springs. Le sedute si tengono il 22 e il 23 settembre, ma Elvis ha altro in testa che i doveri contrattuali. Solo Sweet Angeline, delle quattro canzoni che Jarvis aveva registrato in luglio, viene completata con la sua voce, mentre le altre vengono scartate. Così Burton nel 1999: “Per qualche ragione Elvis aveva deciso di registrare alcune canzoni. Era tutto un po’ strano. Aveva quel gruppo gospel, i Voice. Mi chiamò e volle che ci fossi anch’io. Poi chiamarono la RCA e si fecero mandare un camion di attrezzature. Registrammo in casa…qualsiasi cosa gli veniva in mente. Fu divertente, ma era uno strano modo di lavorare…Elvis era sempre in pigiama, di giorno e di notte”. Tre settimane più tardi, il 15 ottobre, Elvis viene ricoverato d’urgenza al Baptist Memorial Hospital di Memphis. “In stato semicomatoso”, scrive Guralnick, con severi problemi respiratori e il corpo coperto di lividi causati da massicce iniezioni di Demerol (lo stesso sonnifero antidolorifico del quale abuserà più tardi Michael Jackson), Elvis viene sottoposto a cure disintossicanti e dieta ferrea (quest’ultima puntualmente disattesa) per due settimane, alle quali seguono due mesi e mezzo di convalescenza a Graceland. E’ questo il periodo più sereno di tutto il 1973.

Le session di dicembre
Per le session di dicembre, fissate dal 10 al 16, la RCA fa le cose per bene. Pur lasciando la direzione a Jarvis, la casa discografica invia a Memphis la propria unità mobile di registrazione a 16 canali, un nuovo fonico e tre assistenti. Oltre a Burton vengono convocati Johnny Christopher, Charlie Hodge, Norbert Putnam, Ronnie Tutt, David Briggs, Pete Hallin, tre coriste guidate da Kathy Westmoreland e due gruppi vocali gospel, J.D.Sumner & The Stamps e i Voice. Anche Elvis si dà da fare, riempiendo gli studi di televisori per poter seguire Monday Night Football e ordinando 300 hamburger, la maggior parte dei quali viene poi distribuita ai ragazzini del vicinato. Diversamente da luglio tutto sembra girare per il verso giusto, i due mesi e mezzo di convalescenza e le cure mediche avevano restituito a Elvis vivacità e nuovi entusiasmi. L’atmosfera è quella desiderata da Jarvis, da sempre convinto che per tirare fuori il meglio da Elvis bastasse ricreare quella di una jam. “Per scaldarci suonammo molte canzoni, anche di Chuck Berry” ricordava Burton nel 1999 “poi registrammo. Fu una buona session. Io suonai il wha-wha in due canzoni, quella country di Waylon Jennings, You Asked Me To, e quella scritta da Red West, If You Talk In Your Sleep, un brano davvero non comune”. Un ricordo che Burton ci conferma anche oggi: “Non avemmo alcun problema tecnico e tutte le canzoni suonavano bene. C’era una grande attitudine positiva da parte di Elvis”. E basta ascoltare Good Time Charlie’s Got The Blues, una top ten nel 1972 di Danny O’Keefe, Promised Land, di Chuck Berry, I Got A Feeling In My Body di Dennis Linde, per ritrovare condensate, in tre brani, le declinazioni più sincere dell’anima di colui che un giorno era stato il Re. Tre canzoni, rispettivamente, country, rock and roll ed errebì, che rimandano alla sensuale innocenza degli esordi e alla potenza espressiva della maturità, celebrata proprio a Memphis quattro anni prima negli American Sound Studio. In sette giorni Elvis consegna 18 master che, aggiunti ai 9 di luglio, consentiranno alla RCA di pubblicare 3 album nei due anni successivi, sia pure affastellandoli senza criterio ad altro materiale, con 6 singoli da classifica, sia nei Top 100 (mai però nei primi 10), che country (tre volte nei primi 10), riservando I Got A Feeling In My Body per un 45 giri postumo. Nessun musicista Stax vi aveva preso parte.

Pubblicato originariamente su JAM, Agosto 2013

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