Mary Coughlan Erik Visser – Scars On The Calendar (Hail Mary, 2015)

MARY-COUGHLAN-CD

Scars, cicatrici, segni, ferite mai rimarginate dalle quali scorre ancora il sangue. Il suo sangue, il sangue di Mary Coughlan, la più grande interprete e autrice irlandese, una donna di 59 anni che non ha paura di ammettere di avere il bagaglio emotivo di una bambina di 10.

E’ un disco non facile questo Scars On The Calendar, che rompe un silenzio di sette anni, scritto e cantato con la crudele innocenza di quella bambina che ripercorre, così come del resto ha fatto in questi ultimi trent’anni, una vita di dolore, di sofferenze subite dagli altri e da sé stessa. E di lenta, tenace, redenzione.

Gli abusi sessuali in ambito famigliare, cominciati a 7 anni alla vigilia della sua Prima Comunione e proseguiti sino agli 11 anni, la fuga da casa appena possibile, ancora adolescente, un matrimonio precoce e tre figli presto dimenticati, l’alcolismo e le droghe, 32 volte in ospedale in 2 anni, l’autodistruzione. Una discesa all’inferno che nemmeno la musica è riuscita a frenare. 17 anni di cure e terapie per uscirne.

C’è tutto questo nelle storie di Scars On The Calendar, ci sono la pena per il dolore subito e per quello provocato a sé e agli altri, gli amori spezzati, gli abbandoni e, insieme, la sofferenza e la determinazione di una donna matura nel corpo e nelle ferite che lo marcano, che prova a diventare adulta anche nella psiche, irrimediabilmente costretta, è lei stessa a dirlo, negli orrori di una infanzia mai compiuta.

MCCome per Edith Piaf e per Billie Holiday prima di lei, ciò che rende trascendente Mary Coughlan e la sua arte, entrambe fragili e dignitose nella loro abusata femminilità, è il dono della sublimazione che permette a noi, estranei ascoltatori distratti, di entrare con pudore e meraviglia nel tormento di un canto che muove dagli abissi dell’anima per toccarne la purezza originaria, che trasforma un grido di dolore in musica.

Qui poi, nel ristretto domestico di un ambientazione sonora scarna e minimalmente impressionista, decostruita con sensibilità da Erik Visser, con lei da trent’anni, e affidata agli echi di nitidi arpeggi elettroacustici, tutto si gioca dentro e fuori di lei, nel rincorrersi di emozioni che nemmeno il canto riesce ad esplodere. Se si ascolta attentamente, infatti, è possibile cogliere il pianto di Mary Coughlan mentre, ancora una volta, misura la profondità di quelle cicatrici dalle quali l’album è scolpito. Accade, ed è stata di nuovo lei stessa a rivelarlo, in Chance Encounter quando rivive uno dei tanti addii, e in Eoghanin, dove la consapevolezza diventa un fardello troppo pesante da sopportare.

Ma dappertutto, dall’apertura di Blood alla conclusione di Would You Do It All Again, ciò che Mary Coughlan attualizza nel canto è più grande del confine metrico, pur impeccabile, e della cornice strumentale, che tenta spesso, per contro, di alleggerirne l’impetuoso stream di coscienza.

In passato si era schermata dietro alle parole e alle canzoni di altre donne, come Billie Holiday, o di autori che avevano saputo cogliere tratti dell’universo femminile a lei più vicini, come Cole Porter o Sam Cooke. Ora, forte della sua fragilità, protagonista dei propri errori, Mary Coughlan è pronta fare tutto da sola, ad affrontare i propri demoni senza mediazioni letterarie. Scars On The Calendar, in questa prospettiva, diventa così il suo lavoro più vero.

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Una risposta a “Mary Coughlan Erik Visser – Scars On The Calendar (Hail Mary, 2015)

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