Boz Scaggs – A Fool To Care (429 Records, 2015)

a-fool-to-care Non è facile reinventarsi quando, passata la sbornia delle classifiche e delle copertine delle riviste musicali, il tuo nome resta aggrappato alle royalties (peraltro cospicue) dei passaggio radio e del catalogo, confinato nella dorata nostalgia. Ne sa, o dovrebbe saperne qualcosa Boz Scaggs, tra gli architetti dell’AOR ad alto tasso pop, protagonista della seconda metà dei Settanta con tre album, Silk Degrees, del 1976, Down Two Then Left, dell’anno successivo e Middle Man, del 1980, da allora pietre angolari di genere, cui fece seguito il buio degli anni Ottanta.

Per provare ad uscirne, Scaggs intraprese allora un lungo e tortuoso percorso di ritorno a casa, ai linguaggi blues, soul e country dei suoi esordi, pur con qualche deviazione nel crooning jazz pop. Già con Memphis, che precede questo A Fool To Care di soli due anni, un vero primato per i tempi di produzione faticosi cui ci aveva abituati, Scaggs sembrava aver ritrovato le chiavi del suo codice artistico recuperando, attraverso vecchie pagine R&B e country soul, una dimensione di interprete attuale e credibile.

A Fool To Care muove da lì e trasloca a Nashville, in quella che, stando ad alcune sue recenti dichiarazioni, è da considerare come la seconda tappa di un triangolo per ora ancora ipotetico. Un cambiamento che in realtà è solo logistico.

Immutata, infatti è la squadra che lo accompagna, dal produttore Steve Jordan al nucleo di basso e chitarra, ancora nelle mani di Willie Weeks e Ray Parker Jr, ai quali si aggiungono sessionmen locali della statura di Reggie Young, Al Anderson e Paul Franklyn. E immutato è anche, soprattutto, il profilo da crooner all american che Scaggs taglia sulla propria pelle di interprete olisticamente sudista, scegliendo undici brani del passato, spesso remoto, che coprono un arco temporale e stilistico variegato tra i Quaranta e i Settanta, con due sole escursioni negli anni Duemila, una delle quali affidata ad un suo inedito giocato in doppio con Bonnie Raitt, anch’esso però di lontana gestazione.

Materiale eterogeneo, con prevalenza di soul e blues, che Scaggs e Jordan rileggono rispettandone quasi puntualmente i tratti connotativi, scivolando tra il bianco e il nero con la stessa rotonda eleganza già esibita in Memphis. Nelle dodici tracce di A Fool To Care prendono forma la New Orleans di Fats Domino e la Memphis di Al Green, il Philly Sound degli Spinners e il country soul di Bobby Charles, un tracciato ondivago nella musica dell’anima sottratta per intero al diavolo e alle sue dannazioni, per essere restituita, invece, alla seduzione del corpo.

Un tracciato intersecato anche da escursioni nello swing di sapore parigino di un Last Tango on 16th Street e nella canzone d’autore più ombrosa, come quella di Richard Hawley, del quale Scaggs riprende con eleganza e profondità There’s A Storm A Comin’. Accanto a queste, e non a caso tenuta per il finale d’album, Scaggs si concede ancora una variazione, la più riuscita, con la complicità ispirata di Lucinda Williams, nella straniata fragilità di una Whispering Pines che il genio di Richard Manuel regalò a The Band.

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