Dion – Recorded Live At The Bitter End August 1971 (Omnivore Recordings, 2015)

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Nel 1968 Dion era pulito. Niente più alcol, niente più droghe. “Mi sentivo come scagliato dentro ad una diversa dimensione, una dimensione spirituale”, racconta nell’intervista riportata nelle note di Dean Rudland che accompagnano questo album. I giorni del rock and roll sono ormai finiti e da cinque anni non frequenta più i vertici delle classifiche. Ci aveva provato con il blues, sotto la guida di John Hammond, ma non aveva convinto nessuno.

La sua nuova dimensione spirituale lo porta allora verso il folk, attratto da Tim Hardin e dal suo tenero approccio vocale, e si reinventa folk singer, grazie ad una canzone, Abraham, Martin And John, scritta da Dick Holler. Gliela impone la sua nuova/vecchia etichetta, Laurie, canta dei martiri della democrazia americana, Lincoln, Luther King e Kennedy, e diventa disco d’oro, regalando a Dion le premesse per una nuova carriera.

Quando, nell’agosto 1971, andava in scena questo show, pubblicato ora per la prima volta nella sua integralità, il nuovo corso di Dion aveva già prodotto tre album e un quarto, Sanctuary, sarebbe stato pubblicato all’indomani. Album maturati nella frequentazione di folk club come il Flick di Miami, dove si facevano le ossa Jimmy Buffett e Jerry Jeff Walker con la benedizione di Fred Neil e, appunto, The Bitter End al Greenwich Village.

In tre anni, il teen idol sopravvissuto alla notte in cui morì il rock and roll è diventato un performer da folk club confidente, ha rieducato la propria soave vocalità e il proprio approccio, di interprete e di autore, e questo live, acustico e solitario, è qui a ricordarcelo.

Bob Dylan e Chuck Berry, Leonard Cohen e Sonny Boy Williamson, i Beatles ed una manciata dei propri successi rock and roll mischiata alle sue canzoni, allora nuovissime, la via al soffice folk di Dion passa attraverso la semplificazione e il rapporto, a tratti confidenziale, di un interprete e della sua chitarra con una platea, attenta e partecipe. E’ un piccolo disco questo, come piccolo era, ed è ancora oggi, The Bitter End. Ma prezioso, la cui attualità prevale sull’acquisito valore storico.

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