Leonard Cohen – Thanks For The Dance (Sony, 2019)

 

front

Ho sempre lavorato costantemente/Ma non l’ho mai chiamato arte/Ho messo insieme la mia merda/Incontrando Cristo leggendo Marx. 

Un po’ dappertutto, lungo tutte le 9 poesie/canzoni che compongono questo inaspettato nuovo album di Leonard Cohen, tra brandelli di ricordi e spietata sincerità, si ritrovano piccoli perfetti epitaffi ad una grande, umanamente imperfetta, parabola artistica. 

Sono 9 quasi recitati, che dolcemente e con la grazia antica di un vecchio gentiluomo, diventano canzoni, registrati da Cohen nello stesso periodo in cui fissava i brani del suo ultimo lavoro in vita, You Want It Darker, successivamente musicati dal figlio Adam Cohen, e allora esclusi da quell’album. Non per dignità artistica, ma perché sostanzialmente diversi nell’approccio con la morte che Leonard Cohen stava vivendo in quei giorni.

AC

Se You Want It Darker era tetro, a tratti rancoroso nella consapevolezza di non potere più nulla di fronte al Cartaio, se non tentare l’ultimo impossibile patto d’amore cantato in TreatyVorrei ci fosse un patto che potessimo firmare/Non mi interessa chi prende questa maledetta collina/Sono arrabbiato e sono sempre stanco/Vorrei che fosse un patto/Tra il tuo amore e il mio – qui il giocatore ha lasciato, per sempre, il tavolo, abbandonando le carte e le fiches.

Ora siede sulla mia sedia/Guardo la strada/Il vicino restituisce/Il mio sorriso di sconfitta e ringrazia Dio per le pillole che gli consentono un sembiante di vita e ciò che gli resta, ciò che ha scelto di cantare con la lucida consapevolezza di un vecchio poeta di fronte alla sua ultima pagina bianca, è la grazia riconoscente per una vita che è stata un inferno/è stata bella/è stata divertente. 

Thanks For The Dance allora, Leonard Cohen scivola con eleganza austera sui passi di un piccolo valzer, dettando le sue ultime parole dal profondo di una voce che contiene tutta la saggezza e la paura di una vita che sta per incontrare la morte, la sua. 

LC1

Non è nemmeno mezz’ora, alcune tracce sono poco più che brevi poesie appena incorniciate, ma così come l’album che lo precede, Thanks For The Dance è un’opera straordinaria per la matericità di una poesia sonora che Adam Cohen ha saputo ricostruire a partire da appunti vocali strappati alla sofferenza fisica del padre, musicandoli secondo la sua visione. 

L’album, pur ricco di contributi eccellenti – Beck, Daniel Lanois, Damien Rice, Jennifer Warnes, Javier Mas, Bryce Dessner, Leslie Feist, Richard Reed Parry – è un magnifico atto di devozione, dove gli arrangiamenti e le voci, strumentali e umane, celebrano la sacralità di una unica voce tra tutte. La voce di Leonard Cohen. 

Ascolta il colibrì/Del quale non puoi vedere le ali/Ascolta il colibrì/Non ascoltare me.

 

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