Cantare la vita. Deborah Kooperman, dal Village a Bologna e ritorno

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Era l’estate del ’76, e quella era la mia prima intervista. Un emozionato, imberbe inviato di una radio libera di Bologna, al suo primo appuntamento professionale (insomma) con un’artista al centro della scena musicale cittadina, e non solo. E americana, oltretutto, della quale si vociferava che, prima di aver aperto al maestrone Francesco Guccini le highway del fingerpicking, avesse flirtato, e non solo musicalmente, con Bob Dylan. L’occasione era un concerto nell’ambito del Festival dell’Unità di Casalecchio di Reno. Il concerto si tenne regolarmente, io bucai l’intervista, trascinato in riviera dai miei genitori per le rituali vacanze estive.

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Ci ho messo un po’ di tempo, 42 anni, ma nell’autunno scorso ho recuperato e ho incontrato Deborah Kooperman nel suo negozio (ma è tanto altro) di chitarre a Villafranca di Verona. Quello che segue è un breve estratto dalla lunga chiacchierata con Deborah, pubblicata sul numero 135 di Late For The Sky, fresco di stampa.

 

“Al primo anno di Università stavo in un dormitorio che era proprio su Washington Square, il cuore del Village. Ed è stata la mia disfatta (ridendo). Era il 1961 l’anno d’oro del Folk Revival. C’era Bob Dylan, che non era ancora famoso”.

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Per qualche misteriosa ragione, che solo la storia poi prova a risolvere, nell’attribuire ipotesi di senso a ciò che la vita, e le donne e gli uomini che le abitano, semplicemente fa accadere, in quel 1961 una moltitudine di anime belle sembra darsi appuntamento al Greenwich Village. Quando ci arriva Deborah, Dylan ha cominciato a farsi notare, Tim Hardin ha appena scambiato l’American Academy Of Dramatic Arts per una Harmony con le corde di nylon, Tom Paxton sta rubando la scena a tutti al Gaslight, Richie Havens ha giusto attraversato il ponte di Brooklyn. Anche Phil Ochs sta preparando le valigie. Quando Deborah entra in città per studiare Lingue, la regina, uscente, della scena folk è Carolyn Hester,  con due album alle spalle ed un contratto in vista per la Columbia. “Sì, era molto brava, ma non era una di noi. Lei non viveva al Greenwich, non frequentava le coffee houses. Io ci vivevo. E’ molto diverso”. E c’è anche tutta la vecchia guardia, ovviamente, folker tradizionali come Ramblin’ Jack Elliot, Happy Traum, Oscar Brand, Theodore Bikel, Cisco Houston, Jean Ritchie, The Greenbriar Boys, i link di congiunzione tra il primo folk revival del dopoguerra e la scena nascente, al centro della quale, un ombroso songwriter che viene dalla Florida, Fred Neil. “Certo, l’ho conosciuto. Lui era più grande di me, me lo ricordo come una persona gentile, seria. Magro, alto, cantava giù al Cafe Wha?. Non aveva ancora scritto e registrato Everybody’s Talkin’, ma era molto popolare al Village. E mi piaceva molto”.

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Provo allora ad immaginare le emozioni di una giovanissima ragazza di campagna, cresciuta in un allevamento di polli. E glielo chiedo. “Quando ho scoperto tutto questo ben di Dio, ho fatto la birichina (ridacchiando). Nel seminterrato del nostro dormitorio c’era una lavanderia dove ognuno lavava le proprie cose, come fanno in America, e lì c’era anche l’uscita di sicurezza. Con la complicità del portiere di notte, dopo che le porte del dormitorio erano state chiuse, alle 23, prendevo la mia chitarra e uscivo dalla lavanderia. Mi dovevo anche arrampicare, con la chitarra, per uscire dal cortile del dormitorio. E una volta fuori me ne andavo nelle coffee houses, a cantare tutta la notte. Lì ho conosciuto Dylan e tanti altri, folker e bluesmen. Come Richie Havens, Tom Paxton, Josè Feliciano, John Sebastian, Phil Ochs. Erano tutti lì e tutti non ancora famosi. Funzionava così. Si andava nelle coffee houses. Lì non avevano alcolici, perché la licenza costava troppo. Erano concentrate all’interno di Little Italy, una zona turistica, offrivano un tamarindo, una orzata, un tè o un caffè espresso. I turisti arrivavano, si sedevano ai tavoli, bevevano, fumavano e ascoltavano la nostra musica. Ognuno di noi aveva a disposizione mezz’ora e poi si faceva passare il cestino per raccogliere i soldi e questa era la nostra paga. Poi si andava in quello successivo e si faceva tutto il giro, anche 4 o 5 posti diversi per notte. Quando le coffee houses chiudevano, andavamo tutti a mangiare a Chinatown”. 

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