Zachary Richard – Gombo (RZ Records, 2017)

Gombo

 

 

 

Quando hai una storia lunga 20 album, distribuiti lungo cinque decadi, e la musica è solo la più evidente tra le diverse incarnazioni di una personalità non comune dai tanti talenti, tutti al servizio della preservazione dell’ambiente e della cultura cajun, un nuovo disco come questo Gumbo, il suo ventunesimo, diventa la rituale occasione per rimettere tutto in fila e andare a cercare qualcosa di nuovo, o di antico. Rituale, ma non inevitabile. Chi frequenta l’opera di Zachary Richard non ha bisogno di tante chiacchiere. Basta infilare Gumbo nel lettore et voilà, il mondo acadiano di Richard è ancora lì, intatto, sospeso tra due lingue, francese e inglese, tra tradizione e presente.

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La tradizione, rinnovata sin dall’apertura d’album con l’invito alla danza sui tempi agresti di Zydeco Jump, il presente nell’austero quasi hip hop de La Ballade de l’Exclus, poesia civile e compassionevole dedicata alla disabilità. Due brani paradigmatici che riassumono i temi, letterari e musicali, dell’intero lavoro.

Uno sguardo da narratore empatico, che dalle tragedie collettive sa cogliere il riscatto e la ricchezza delle storie individuali, come nella dolente ballata Au Bal du Bataclan, dove un amore appena sbocciato respinge la promessa di morte dei proiettili e che, al contrario, da un insignificante (per noi) destino personale ricostruisce il dramma di una comunità, nel gran ballo dell’emigrante protagonista della palpitante Dans le grands chemins.

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L’alchimia stilistica di Richard è quella che ti aspetti, suadente e collaudato patois di antiche ballate folk e danze cajun incrociate con il blues delle paludi e la musica country delle origini, riattualizzate, ma con garbo e rispetto filologico, per i nostri giorni, in continuità con una carriera esemplare.

 

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