Roberto Menabò – Rollin’ And Tumblin’ Vite Affogate Nel Blues (Arcana, 2015)

C’è l’elegantone e c’è il mezzadro, quello con gli occhi lucidi e quello con la gamba di legno. E con loro altri 35, tutti uomini con la sola eccezione di Memphis Minnie, quella con i dollari al polso. Sono gli eroi inconsapevoli di quella idea di blues, come scrive Vincenzo Martorella nella prefazione di questo libro di Roberto Menabò, scrittore, musicista e insegnante, maturata in ritardo rispetto ai tempi in cui questa musica prendeva corpo e anima, e poggiata su poche registrazioni dimenticate e le testimonianze dei bianchi che l’hanno prodotta, collezionata, studiata.

Ciò che ci manca ancora oggi sono proprio loro, gli uomini e le donne che cent’anni fa hanno scritto e cantato quelle canzoni, nelle bettole, nei bordelli, sul sagrato delle chiese, nelle strade. E che occasionalmente le hanno registrate, lasciando così l’unica vera traccia, indelebile, del loro passaggio sulla terra. Il resto sono poche foto e l’eco delle loro vite stropicciate e guascone, riscritte ad uso e consumo dei bianchi che negli anni Sessanta andarono a cercarli, quelli che erano sopravissuti, per trasformarli in icone.

Rollin’ And Tumblin’ prova allora a bucare il buio di quei 78 giri, a riempire di umanità la fissità di quelle vecchie foto consumate e sgranate, ripercorrendo con pochi tratti plastici le vite di 39 musicisti blues. A Menabò bastano tre pagine per ricostruire l’esistenza di ognuno di questi artisti per necessità. Tre pagine dense, tuttavia, un concentrato di sicura e approfondita conoscenza storica e musicologica reinventata con la fantasia del narratore, che sa trasformare il dato sterile in storie che restituiscono l’essenza di vite tanto straordinarie quanto sconosciute.

E’ una lunga narrazione blues forte di una scrittura, che come i blues di questi eroi lontani, sa farsi materica e suggestiva, olfattiva e sensuale, arcadica e spietata. Uno storytelling empatico pervaso da una sottile quanto affettuosa ironia che riporta ad umanità l’epica di vite che la storiografia dei bianchi ha trasformato in stereotipo. E che si chiude con un ultimo blues, dedicato questa volta non ad un musicista, ma all’elemento che in qualche modo ha unito tutti i protagonisti del libro. Il racconto si intitola Acqua, quella del Mississippi, fissata qui in tutta la sua indolente catastroficità. Neanche due pagine in tutto che si chiudono nel silenzio di un mondo spazzato via dalla forza suicida del fiume, la chiosa perfetta e compassionevole per queste Vite Annegate Nel Blues.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...