Addio al re del crock

La chiamava crock music, un concentrato di country, rock e pop. Ma in fondo, per lui, non aveva poi tanta importanza. Sinatra, Elvis, Dean Martin, Merle Haggard, The Monkees, Johnny Cash, tutti sapevano che a Los Angeles il chitarrista da chiamare era lui, Glen Campbell. Lo vogliono, e in pianta stabile anche i Beach Boys, ma in testa lui ha altro, quella Gentle On My Mind che nel 1967 diventa la canzone dell’anno e apre un decennio d’oro tra musica, televisione e cinema. Glen Campbell, il cowboy vestito di strass, è morto lo scorso 8 agosto. Aveva 81 anni e da 6 combatteva con il morbo di Alzheimer.

Nel 2011, dopo aver reso pubblica la sua malattia, aveva pubblicato Ghost On The Canvas, non il suo ultimo lavoro ma la sua uscita di scena definitiva. Ne scrissi allora ciò che segue, pubblicato nel gennaio dell’anno successivo su JAM.

I fantasmi di Glen Campbell

Colpito dall’Alzheimer, Glen Campbell ha annunciato il ritiro. E per uscire di scena ha pubblicato Ghost On The Canvas, il suo testamento artistico e personale, ed è partito in tour, prima gli States poi l’Europa

Bridgestone Arena, Nashville, Tennessee. Il 9 novembre va in scena l’annuale show di consegna degli Award della Country Music Association. Sul palco, Keith Urban, Brad Paisley, Vince Gill, e alle loro spalle, seduto al pianoforte giusto ai piedi della big band, Jimmy Webb. Sul grande schermo che fa da quinta allo stage, Glen Campbell, vestito dei lustrini del mister entertainer 1968, intona quella Gentle On My Mind che allora gli valse il Grammy (uno anche per l’autore, John Hartford), diventando l’anno successivo e per tre di seguito la sigla del suo show televisivo, The Glen Campbell Goodtime Hour. Per intenderci, una tra le canzoni che hanno definito il mainstream americano dell’ultimo terzo abbondante del secolo scorso, con oltre 5 milioni di air play radiofonici. E’ solo un frammento, sfumato dalle parole dei tre artisti che, in successione, guidano un medley di By The Time I Get To Phoenix, Wichita Lineman, Galveston, tre pagine immortali dal songbook di Jimmy Webb, tre momenti topici della carriera di Campbell, “perché nessuno”, dice Gill dal palco, “canta le canzoni di Jimmy Webb meglio di Glen Campbell”. Sei minuti in tutto, tanto è durato il saluto del country music biz a Campbell, seduto in prima fila con la moglie e chiamato sul palco mentre l’orchestra concludeva Galveston. Un saluto un po’ pasticciato, con una chitarra apparsa tra le mani di Campbell ma che nessuno ha sentito suonare, ancor più sbrigativo perché in fondo si è trattato di un commiato. Sì perché Glen Campbell esce di scena, e per sempre. Una uscita annunciata alla famiglia e ai suoi più stretti collaboratori sin dallo scorso anno e resa pubblica nelle note di Ghost On The Canvas, uscito alla fine dello scorso agosto. “Ghost On The Canvas” scrive Campbell “è l’ultimo disco in studio di nuove canzoni che ho deciso di fare. Lo avevo già detto agli amici e alla mia famiglia, ma ora che l’ho scritto, sembra davvero definitivo”. Una sentenza senza appello, anticipata dallo stesso Campbell e dalla moglie Kim lo scorso giugno in una intervista a People, nella quale l’artista rivelava di essere affetto da Alzheimer, una diagnosi certa e irreversibile che risaliva a sei mesi prima. Un ultimo disco, allora, e un ultimo tour, che Campbell ha programmato, ad oggi mentre scrivo queste note, sino alla fine del prossimo marzo, confidando nella lentezza del processo degenerativo neurologico.

La carriera di Glen Campbell, lunga oltre mezzo secolo, ha avuto nei Sessanta e Settanta i periodi di massima creatività e riconoscimento pubblico. Musicista, cantante, attore, stella televisiva, Campbell ha attraversato, spesso da protagonista, tutto il mondo dell’entertainment firmando, nel suo periodo migliore, una tra le sintesi più definitive tra la cultura country e quella pop mainstream. Sin dal suo arrivo a Los Angeles nel 1960, dove grazie alla sua abilità alla chitarra a dodici corde entra nel giro di The Wrecking Crew e diventa rapidamente un richiesto sessionman per Sinatra, Elvis, Dean Martin, Merle Haggard, The Monkees, Johnny Cash, Campbell sembra predestinato al successo. Tanto da rifiutare l’offerta dei Beach Boys, che nel 1965 dopo averlo sperimentato in tour al posto di un Brian Wilson in corto circuito psicologico, lo vogliono come bassista stabile. “Ah The Wrecking Crew!” ha provato a ricordare Campbell in una recente intervista ad un giornale inglese, decisamente impietosa nel sottolineare la sua condizione patologica. “Suonavano su qualsiasi cosa uscisse da Los Angeles. Per chiunque, non importava che musica fosse. Pop, rock, crock. Country rock! Brian Wilson scrisse l’album Pet Sounds….e io suonavo il basso. Era difficile. Dovevo fare anche le parti nelle tonalità più alte. Era come accarezzarti la testa e strofinarti lo stomaco allo stesso tempo”. Per convincere la Capitol, e arrivare poi alla consacrazione di Gentle On My Mind, canzone dell’anno 1967, gli bastano infatti i crediti di studio e giusto un paio di singoli, tra i quali una Universal Soldier di Donovan, il cui trattamento folk rock è parente stretto di quello che The Byrds, più o meno contemporaneamente, riservano a Mr. Tambourine Man. Con Gentle On My Mind Campbell inaugura la sua stagione più fortunata, con la già ricordata trilogia di canzoni di Jimmy Webb, pubblicata nel giro di due anni, lo show televisivo, il cinema (accanto a John Wayne in True Grit, in Italia Il Grinta), e una striscia di successi che proseguono per un decennio con canzoni come Rhinestone Cowboy, nel 1975, Country Boy, l’anno dopo e Southern Nights, di Allan Touissant, nel 1977.

Ed è a questo decennio, dal 1967 al 1977, e a quelle canzoni che il produttore Julian Raymond, già al fianco di Campbell nel Meet Glen Campbell di tre anni fa, ha guardato per scegliere quelle di Ghost On The Canvas. A quelle canzoni e, soprattutto, a quel suono levigato che trasformava la semplice melodia popolare della musica country nel sogno pop multi generazionale dell’America di allora. “Sapevo che qualsiasi cosa avessimo fatto “ ha dichiarato Raymond “ci avrebbero etichettato come la replica di Rick Rubin e Johnny Cash e non lo volevo. Ho cambiato le strutture e la maggior parte delle canzoni per farle suonare come quelle che facevano i grandi Al DeLory (il produttore di Campbell nella sua age d’or, nda) e Jimmy Webb. Non c’è niente nei nostri dischi che sia superiore a Wichita Lineman o a By The Time I Get To Phoenix. E non so se c’è qualcuno oggi capace di scrivere canzoni così belle. Ma abbiamo tentato di fare un disco moderno che avesse la musicalità e quei cambi di accordi di questi dischi della fine degli anni Sessanta”. Dove la modernità sta nella scelta delle canzoni, tutte scritte per questo progetto per metà da autori della generazione successiva a quella di Glen Campbell, come Jakob Dylan, Paul Westerberg, Teddy Thompson, Robert Pollard, e per l’altra metà dallo stesso Campbell, a quattro mani con Raymond. E sono proprio queste canzoni, un’ultima scommessa ancora per Campbell, straordinario interprete ma non certamente autore, a segnare profondamente Ghost On The Canvas con il tratto di una verità indifesa. Perché se tutto l’album, dalla punteggiatura dei piccoli segmenti sonori introduttivi ai brani, che citano esplicitamente alcune delle fasi artistiche di Campbell (il telegrafo che precede la title track, che a sua volta evoca Whicita Lineman, il coro muto di The Rest Is Silence, omaggio a Brian Wilson), alle stesse canzoni, volutamente ricostruisce i momenti artistici più felici di una carriera probabilmente oggi irripetibile, le liriche, invece, non nascondono nulla della parallela parabola esistenziale. L’artista, la star, si specchia qui con il proprio doppio privato, con il fantasma del quadro, appunto. “Ci sono voluti due anni e mezzo per mettere assieme l’album. Abbiamo avuto il tempo, quindi, per parlarci a lungo e ho preso una quantità di appunti dalle cose che mi raccontava. Glen chiama la sua musica crock, una combinazione di country, rock e pop, e credo che ci siamo trovati bene assieme perché a entrambi piacciono diversi stili musicali”. Così Raymond ha sintetizzato il processo di elaborazione e scrittura delle canzoni di Ghost On The Canvas. “Un esempio per tutte. Eravamo in cucina, Kim (la moglie di Campbell, nda) era con noi e lui stava raccontando di alcuni dei momenti più traumatici della sua vita e mi disse, vedi io non esisto senza di lei. L’abbiamo cambiato in non esisto senza di te (there’s no me without you, titolo della canzone che conclude l’album, nda). Parla della loro relazione, arrivata del tutto inaspettata per lui”.

Le sue molteplici dipendenze mai definitivamente sconfitte, alcol e cocaina in particolare, e le ripercussioni di queste nella sfera affettiva e famigliare, la conversione religiosa che, per sua ammissione, gli ha salvato la vita, gli up ma soprattutto i down di carriera, il buio oltre la soglia dei riflettori, Campbell ci mette tutto nelle dieci canzoni di Ghost On The Canvas, quasi a tirare il bilancio dopo tre quarti di secolo di una vita certamente non comune.

I’ve tried and I’ve failed Lord/I’ve won and I have lost (ho provato e fallito, Signore/ho vinto e ho perso), così si apre A Better Place, prima traccia dell’album, che più avanti prosegue con Some days I’m so confused, Lord/My past gets in my way/I need the ones I love, Lord/More and more each day (ci sono giorni in cui sono così confuso, Signore/il mio passato ritorna/ho bisogno delle persone che amo, Signore/ogni giorno sempre di più). E’ una dichiarazione di umana fragilità, che più avanti, anche nella stessa canzone, ma soprattutto in quelle che seguono come A Thousands Lifetimes (ho vissuto almeno mille vite/camminato lungo una strada senza fine/…ogni respiro è un dono che non prenderò mai per scontato), It’s Your Amazing Grace, There’s No Me Without You, diventa testimonianza di gratitudine. Verso la religione, verso la quarta e attuale moglie Kim, al suo fianco da oltre trent’anni, verso una vita (la mia piccola corsa sulle montagne russe, la definisce nelle note di copertina) che ha provato a riassumere in queste dieci canzoni. Con la consapevolezza, allora molto più di oggi, che la fine di quella strada è prossima e che lui, il Rhinestone Cowboy, taglierà anche quel traguardo senza averne però coscienza.

Ghost On The Canvas, scrive Campbell nelle note, “è Glen oggi, con tutti i fantasmi del vecchio Glen che ancora gli girano attorno”. A Glen e ai suoi fantasmi, la musica popolare e più in generale il mainstream nordamericano del secolo scorso, devono parecchio.

Pubblicato nel numero 188 di JAM

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