Dion – Kickin’ Child The Lost Album 1965 (Norton, 2017)

In copertina, giusto una riga sotto al titolo, compare una scritta che di solito si può trovare nel retro degli album. In caratteri più piccoli, ma maiuscoli, si legge produced by Tom Wilson. Wilson, laureato in economia ad Harvard, con esperienze in ambito jazz, era entrato alla Columbia nel 1963 e il suo primo lavoro era stato il completamento di The Freewheelin’ Bob Dylan, il secondo album di Bob Dylan, le cui session erano iniziate l’anno precedente sotto la guida di John Hammond. Nei due anni seguenti Wilson avrebbe prodotto i tre successivi album di Dylan, incluso il singolo Like A Rolling Stone e firmato la reinvenzione di The Sound Of Silence, la canzone che avrebbe cambiato la vita di Paul Simon e Art Garfunkel.

Kickin’ Child, che trova solo oggi la sua prima pubblicazione e che segnò la rottura del contratto tra Dion e la Columbia (chissà poi perché), venne registrato nel corso del 1965, in primavera e in autunno, prima e dopo le session di Like A Rolling Stone, e soprattutto dopo la rivoluzione elettrica di Dylan. Può sorprendere, allora, che suoni inevitabilmente Dylaniano o, più in generale, come le allora più attuali esperienze folk rock? In realtà, sì. Le preziose note di copertina di Scott Kempner (ricordate i Del Lords?), nel mettere diligentemente in fila date e situazioni, rivelano infatti di una lunga frequentazione tra Dion e Wilson e di una intuizione, che risale alla seconda metà del 1964, offerta al produttore dall’artista italoamericano. L’idea, trattare le canzoni di Dylan allo stesso modo in cui gli Animals avevano elettrificato The House Of The Rising Sun.

Verso la fine del 1964, mentre Dylan era in tour in California, Wilson e Dion si chiusero nello Studio C della Columbia e, con un gruppo di sessionmen, sovra incisero parti elettriche ad alcune canzoni di Dylan. Giusto per fare una prova, scrive Kempner, e sottoporla poi a Dylan. Il mese dopo, il 14 gennaio, Wilson e Dylan avrebbero realizzato i brani elettrici poi pubblicati in Bringing It All Back Home. Proprio qui, allora, nel bel mezzo della tempesta che avrebbe cambiato per sempre il volto e l’anima della musica rock , si inserisce questo Kickin’ Child. Una coincidenza (?) più che felice, che incrociava il vento del cambiamento che stava attraversando le coscienze più sensibili con l’intima e dolorosa mutazione di un artista in cerca di una nuova direzione, il teen idol sopravissuto alla notte in cui morì il rock and roll, la rock star che si confrontava con una stagione che aveva visto cadere JFK e con lui dissolversi per sempre l’innocenza di una intera generazione.

Kickin’ Child è il Greenwich Village di Dylan, ma anche di Tom Paxton (entrambi riletti nelle uniche 4 cover dell’album), e di Fred Neil e Phil Ochs, le cui differenti scritture si adombrano in alcuni brani originali, quelli a trazione folk psichedelica, sono pagine di Broadside sparse sui marciapiedi del Sunset Boulevard. Folk rock con chitarre jingle jangle, tastiere (quelle di Al Kooper) avvolgenti, batteria (Carlo Mastrangelo, ex Belmont) in primo piano, ma anche blues urbano (la title track e Two Ton Feather) e pop psichedelico (Now e My Love) dalle  armonie vocali imbattibili. Ma soprattutto è il Greenwich Village di Dion, il suo primo vero album da songwriter, un lavoro impaziente e imprudente, un viaggio all’indietro nel futuro del folk rock.

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