L’ultimo spettacolo

Jimmy LaFave che canta Goodnight Irene costretto su una carrozzina ortopedica, con le cannule dell’ossigeno nel naso. Accadeva solo tre giorni fa, il 19 maggio, due giorni prima della sua morte.

Chris Cornell che shifta Slaves And Bulldozers, l’ultima canzone dello show di Detroit, su In My Time Of Dying per chiudere il suo ultimo concerto prima di impiccarsi nel bagno della stanza d’albergo.

Sembra un soggetto di Stephen King, l’ultimo valzer in diretta, l’artista che mette in scena sé stesso nell’ultima e unica incarnazione di sé ancora possibile, la propria dissoluzione. La forma più sublime, perché definitiva, di rappresentazione.

Difficile, per non dire impossibile, tentare una qualsiasi ipotesi consolatoria. La scienza sa descrivere la patologia nella sua oggettività, ma nulla può dirci delle infinite soggettività che ad essa si accompagnano, per nutrirla o negarla. Jimmy LaFave e Chris Cornell hanno condiviso una condizione di malattia, un cancro che toglie il respiro, il primo, la depressione che toglie il futuro, il secondo. Ed entrambi l’hanno portata in scena nei modi che tale condizione, rispettivamente, permetteva loro.

LaFave l’ha dichiarata un mese fa, quando ancora poteva farlo senza mostrarne le ferite, preparando sé stesso e il proprio pubblico alla show di addio al Paramount Theatre di Austin, ultimo desiderio di un condannato a morte che ha voluto accanto a sé la comunità musicale della sua città adottiva e tutta la sua gente, affidando a loro il senso di una esperienza umana e artistica anzitempo conclusa.

Cornell l’ha esibita camuffandola nelle luci e nelle ombre di un palco da tour, uno come tanti, provando ad ingannare i fan nel tentativo, forse, di ingannare sé stesso, ma le cronache raccontano di smarrimenti, in quel momento solo spiazzanti, oggi agghiaccianti nella loro predittività.

Sono messe in scena diverse, condizionate dalle malattie che li stavano consumando, funerali anticipati che contengono, però, un elemento disperatamente vitale che le accomuna. E’ la verità dell’arte, più forte dell’uomo che la esprime, incontrollabile dallo stesso artista. Più forte della malattia, più forte della morte.

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