Patti Smith, Bologna Teatro Manzoni, 12 maggio 2017

Avete visto la pioggia oggi? Stavo guardando dei santi, anzi erano apostoli, è il cielo improvvisamente è cambiato. E d’improvviso questa pioggia fortissima che scendeva sugli apostoli. E’ la fine del mondo, ho pensato. La fine del mondo qui, a Bologna. It’s the end of the world and I feel fine!” E se davvero il mondo fosse finito a Bologna, in quella notte del 12 maggio, il posto in cui essere era proprio lì, sotto al palco del Teatro Manzoni. Soprattutto quando, intorno alle 23, Patti Smith ha calamitato la platea, un parterre con molti capelli d’argento e completi scuri, facendo saltare tutti, nonni e nipoti, nella danza liberatoria e rituale di Gloria e People Have The Power.

Più sciamana che rocker, poetessa e madre, non solo del figlio Frederick Dewey Smith, la chitarra elettrica di questo Grateful Tour, ma di una intera generazione cresciuta in questi ultimi quarant’anni con le sue canzoni, Patti Smith ha messo in scena sé stessa con grazia infinita, pudore antico, energia magnetica. In una parola, intensità. Che si coglieva nelle pause ad occhi chiusi, nel semplice ma autorevole levare di una mano, come nelle progressioni più selvagge (sì, a 70 anni Patti Smith sa ancora liberare tutta la propria vitalità animale nella verità del rock and roll) che la portavano a ballare (e con quale eleganza) sul limitare del palco.

Questo Grateful Tour, anche nella sua tappa bolognese, ha messo in scena uno show raccolto, spesso quasi unplugged, diretto da un impeccabile Tony Shanahan che si è alternato tra chitarra acustica, basso, tastiere condividendo buona parte delle responsabilità vocali. Meno elettricità, dinamiche superbe. Una scaletta ricca di citazioni, quelle che sei lì perché le aspetti (My Blakean Year, per William Blake, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, di e per Bob Dylan, la stessa cantata con il cuore in gola a Stoccolma alla cerimonia del Nobel, Because The Night, per il marito Fred “Sonic” Smith – Ogni volta che la canto, penso a lui-), ma anche quelle che proprio non ci pensavi (Can’t Help Falling In Love, quella di Elvis, per il padre e per tutti noi, così candida che ti si stringe il cuore).

 

Una scaletta che, finale antemico a parte, ha toccato vertici di assoluta poesia sonora nelle dinamiche intense e rabbiose di Beneath The Southern Cross, con uno straordinario Shanahan al basso, nel piccolo caos di Dancing Barefoot dove un’entrata sbagliata accende Patti Smith di un ritrovato furore che manterrà sino al finale, nella jam tribale di Pissing In The River.

We are fuckin’ free and we feel fine.

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