Bob Dylan – Triplicate (Columbia, 2017)

Tanto per non aver dubbi, Triplicate non è un album nostalgico. Lo ha chiarito direttamente Bob Dylan nella lunga e tempestiva intervista rilasciata a Bill Flanagan, pubblicata nei giorni immediatamente precedenti all’uscita del primo triplo lavoro della sua lunga discografia. Non è un viaggio nella memoria, ha precisato, né il rimpianto per i bei giorni andati, al contrario, ha a che fare con il presente, è il qui e l’oggi.

Pure, nei tre LP o CD che lo compongono, troviamo 30 canzoni scritte da autori americani tra i Roaring Twenties e il secondo dopoguerra, prima quindi del Rock and Roll, e, in parte, prima ancora della stessa nascita di Dylan. Canzoni scelte e raggruppate secondo una idea narrativa precisa, tanto che i tre capitoli di Triplicate hanno, ognuno, un proprio titolo identificativo, Til’ The Sun Goes Down, Devil Dolls, Comin’ Home Late. 30 canzoni il cui filo conduttore è l’amore perduto e ritrovato, immaginato, rimpianto.

Dylan, come già nei precedenti Shadows In The Night e Fallen Angels, si riappropria di storie che appartengono al passato collettivo del Novecento e le riassume con il privilegio della consapevolezza dei suoi 75 anni, ancora una volta senza fare nulla per nasconderli, ma enfatizzandone invece la ricchezza di esperienze. E come i precedenti Triplicate non è, va da sé trattandosi di Dylan, un semplice album di cover Queste canzoni sono tra le più strazianti mai incise e ho voluto rendere loro giustizia. Ora che le ho vissute sulla mia pelle, sono in grado di comprenderle meglio….C’è un realismo diretto in loro, fiducia nella vita ordinaria come nel primo rock and roll”. Così Dylan nell’intervista a Flanagan, tanto per scompigliare le carte una volta ancora, ricompone nella propria unicità artistica un insieme che cronache e storiografia musicale ancora trattano separatamente, sia pure in evolutiva (dis)continuità.

In confronto ai due lavori che lo precedono, Triplicate ha un suono leggermente più corposo con una contenuta e scura sezione di ottoni con responsabilità di drammatizzazione anche quando, raramente, i tempi prendono abbrivi swinganti, ma rimane all’interno di una paletta espressiva comunque semplificata rispetto alle partiture originali. E’ ancora un universo musicale ristretto, da night club più che da ballroom di provincia, guidato dalla magnifica pedal steel di Donnie Herron e dominato dal canto di Dylan, inevitabilmente caratterizzante, ma rispettoso come mai prima delle melodie e, soprattutto, dei testi.

Perché, oggi come allora, sono sempre le storie che fanno la differenza. Sono gli intrecci, perfetti, tra le melodie e le parole, e i meta significati che ne derivano, che oltrepassano le singole vicende narrate per diventare il racconto di un viaggio collettivo. Un viaggio sentimentale, lo definisce Dylan. Con la certezza che, comunque siano andate le cose, l’ultimo tratto è quello che conta davvero, dove tutte le esperienze, gli indizi, le tracce incontrate lungo il cammino si ricompongono. Questo canta Dylan in Triplicate. Credergli non è solo facile. E’ un atto di fede che fa bene al cuore.

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