Mark Eitzel – Hey Mr Ferryman (Merge, 2017)

Se Mark Eitzel fosse soltanto un crooner della futura contemporaneità, una canzone come quella che apre questo suo decimo lavoro solista sarebbe soltanto una magnifica attualizzazione pop del più classico Sinatra, quello delle ore piccole piccole. Un Sinatra del nuovo millennio, ovviamente, che da tempo ha rinunciato all’antico ruolo di maschio dominante.

Ma il ferryman che nella prima strofa si presenta per riportare il protagonista a casa dopo una notte di ordinaria dissipazione, assume presto un profilo più ambiguo. E’ un traghettatore, certo, ma di anime. E il pop da lounge bar di The Last Ten Years, stratificazione di chitarre aeree e cori morbidi e carezzevoli, diviene allora la colonna sonora surreale e straniata di una riflessione sul presente di un artista che alla soglia dei sessant’anni, spartiacque tra maturità e senilità, guarda all’aldilà con l’irriverenza di chi quell’ultimo confine l’ha già sfiorato, di chi, alba dopo alba, ha visto tutto l’amore nello sbadiglio del barista.

Ciò che al protagonista di The Last Ten Years preme sapere in un momento come questo, è se da dove viene Mr Ferryman ci sono feste e se, una volta terminate, c’è un posto dove andare per trovare un po’ di quiete. Forse la stessa quiete, definitiva, che il narratore di An Angel’s Wing Brushed The Penny’s Slot, un fantasma femminile, sembra ritrovare in un altro club, El Cortez, dove tutti i drink sono gratis a patto che tu ci muoia. Tutto questo sull’aria, leggera e frizzante, di un Sud America da crociera.

Se straniamento e leggerezza accompagnano la messa in musica del mistero della morte, tutto si adombra, invece, nel chiaroscuro di una ballata comunque spiazzante e ironica come In My Role As A Professional Songwriter And Ham, nella quale Eitzel fa i conti con il proprio essere artista e nel modo più disarmante (When you look at me/I look away), lasciando al drammatico crescendo di chitarre e tastiere la restituzione di una complessità che il testo solo enigmaticamente suggerisce (The soundtrack for everything I see/Is played by those hacks from the Titanic).

C’è tanta sostanza, insomma, in questo Hey Mr. Ferryman, che pur formalmente cantautorale è invece un album musicalmente ricco, un lavoro pop rock collettivo che guarda spesso al passato migliore di Eitzel e dei suoi American Music Club. Meriti da condividere con il produttore Bernard Butler, ex Suede, capace anche di lasciare quasi intatte le due canzoni più intime, la conclusiva Sleep From My Eyes e Nothing From Everything, cui sono sufficienti gli arpeggi di chitarra e poco altro.  

Pubblicato originariamente su ilsussidiario.net

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