So you want to be a rock’n’roll critic?

L’assunto di base è che la fine (e un possibile nuovo inizio) di ciò che chiamiamo critica o giornalismo musicale sta nella progressiva affermazione del web. Il web ha ridimensionato il ruolo tradizionale del critico musicale e delle testate giornalistiche tradizionali, che hanno perso l’unicità di mediatori tra artisti e pubblico. Chiunque oggi, grazie alla Rete, ha la possibilità di ascoltare tutta la musica che esce, nel momento stesso in cui viene pubblicata, e può divertirsi a replicare all’infinito le note stampa delle case discografiche, piccole e grandi.

Certo, messa così, ci sono ragioni sufficienti per smettere di scrivere di musica e passare alla pesca sportiva. Oppure, se proprio non riesci a farne a meno, hai almeno due possibilità. Ignorare la Rete, tornare alle origini della critica musicale rock e pubblicare fanzine di carta, provando a ritagliarti una nicchia di mercato, o scrivere su blog e social, anch’essi meglio se di nicchia, usando però pretestuosamente la musica come soggetto, per distinguerti dai sarti del taglia e incolla. In questo caso, allora, scriverai di te e delle tue reazioni all’ascolto di un disco, meglio ancora se di una singola canzone, concentrato unicamente sulla forma della narrazione, più o meno creativa, il solo gancio a tua disposizione per attrarre clic e like. In questo modo, però, ciò che ne esce è narcisismo letterario travestito da critica musicale. O viceversa. In entrambi i casi, devi cambiare pelle. O diventi un narratore fan(atico), appassionato di un genere o di un artista, oppure ti lasci andare alla soggettività più acritica.

Ma è davvero così? Quando pubblicherò il mio nuovo album solista, registrato in solitudine nel mio bagno, chi altri tranne mia moglie e i miei gatti potranno mai esserne a conoscenza? Certo, potrò postare video e stream musicali su tutte le piattaforme web, potrò scriverne sulle mie pagine social e sul mio blog nella speranza di intercettare l’attenzione dei miei quattro follower. Ma per riuscire ad interessare qualche decina di ascoltatori in più, avrò bisogno di qualcuno, magari minimamente autorevole che, accortosi del mio disco, lo proponga ad altri. Ad esempio, un critico musicale.

E ancora, la musica per nostra fortuna non passa solo dalla Rete e dai dischi. Mentre sto qui davanti allo schermo del computer, là fuori ci sono centinaia di band che stanno suonando. Nei club, nelle sale da concerto e agli angoli di strada, nei palasport e nelle sale prova, negli stadi e nei pub. Non tutta questa musica finirà poi su YouTube o sui social, e quella che ritroveremo nel nostro device ne sarà solo una algoritmica riduzione. Scrivere di musica è, anche, come fare cronaca, comporta di allacciarsi le scarpe e andare là fuori a cercarla. Vuol dire mettersi in gioco lasciando che anche le variabili di tempo e luogo interagiscano con quanto avviene sul palco e dentro di noi. Raffinare quella esperienza multisensoriale e farne cronaca musicale è esattamente il mestiere del critico musicale.

Già, perché di mestiere si tratta. Un mestiere che, almeno in Italia, ha quasi cinquant’anni, con regole che pur modificatesi nel corso del tempo, soprattutto dopo il cambio di millennio, pure esistono. Avere tutta la musica del mondo in tasca, infatti, ha sollevato il critico musicale dall’obbligo, praticamente impossibile, di danzare di architettura, piegare la forma musicale a quella narrativa, ma lo ha aiutato ad evolvere. Meno descrizione, più critica ragionata.

Ascolto, ricerca, gerarchia delle fonti, contestualizzazione, oggettivazione delle opinioni personali, consapevolezza del target al quale ci si rivolge, chiarezza e semplicità di linguaggio, sintesi narrativa, sono i presupposti metodologici e le regole di scrittura che orientano questo mestiere. A ben vedere, con la sola eccezione della fase di ascolto, attento e approfondito, di qualità commisurata ai modi d’uso predefiniti dall’artista (Triplicate di Dylan lo stiamo già ascoltando in Rete, ma è nato come triplo album in vinile e in questa forma dovrebbe essere ascoltato e criticato), si tratta di concetti comuni ad una intera professione. E’ il giornalismo, bellezza.

Ci consoli sapere che non siamo soli. Nessuna testata giornalistica ha avuto dubbi nello scegliere l’apertura della sua prima edizione successiva all’attentato terroristico avvenuto pochi giorni fa a Londra. Eppure tutti abbiamo potuto seguirlo in diretta, via social.

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