Ryan Adams – Prisoner (Pax Am/Blue Note, 2017)

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Se l’età, beati voi, vi ha impedito di viverli con coscienza o, se per qualche motivo vi siete distratti e ve li siete persi per come effettivamente sono stati, ecco gli anni Ottanta in tutte le loro luci e ombre. O così come Ryan Adams preferisce ricordarli. Non è tecnicamente un album di cover Prisoner, come lo era invece il precedente 1989, ma l’intenzione di riportare tutto a trent’anni fa è tanto evidente da farne comunque un esercizio di reinterpretazione. Di un decennio, piuttosto che di una manciata di canzoni altrui.

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Praticamente perfetto nella ricostruzione dei suoni, negli arrangiamenti e nella produzione di Don Was, patinata ma non ingessata, Prisoner suona come tre quarti d’ora di ascolto di ‘80’s on 8, il canale di SiriusXM dedicato agli anni Ottanta. E come un canale radio mescola con nonchalance algoritmica il rock arena di Bryan Adams e (si può dire?) degli Europe con le chitarrone a la Steve Lukather, il Boss pensoso di Tunnel Of Love e la svagata malinconia di Jackson Browne di Hold Out, disseminando qua e là echi di Paul Westerberg, Bill Morrissey e del mainstream inglese del tempo.

E’ un pastiche piacevolmente inconsistente, piacione quanto basta per non diventare noioso, punteggiato di soluzioni strumentali brillanti e condotto con sicuro mestiere da Ryan Adams, sempre più popster snobisticamente vintage. E poco conta che sia il distillato di una esperienza di divorzio, come Adams ha raccontato in lungo e in largo nelle interviste di promozione dell’album. Per essere il prigioniero di un amore spezzato, affidare la propria redenzione all’invocazione Do You Still Love Me Ah Ah appoggiata a tre accordi di una chitarrona da stadio, è una via di fuga consolatoria che offre più rassicurazioni che dubbi.

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