Robert Fisher. A proposito della fine

robert

 

I’m Bound To Go Beyond This Shore/ In Glory I Will Be Placed. (Beyond The Shore, dall’album Regard The End, Willard Grant Conspiracy).

 

Non parlava molto, Robert Fisher. Ma era un narratore formidabile. Così come quando scriveva, e non importava se una mail o un testo di una canzone, le parole, le sue parole, se le sceglieva con cura. Le sue storie, che fossero confidenze private attorno ad un tavolo di un bar o canzoni da condividere con il mondo, erano (sono) cinematicamente puntuali e affascinanti, colte e popolari, divertenti e amare, spietate e candide.

Quando ti parlava, guardandoti dritto negli occhi come se le parole da sole non bastassero, lo faceva a bassa voce. Ma era un cantante formidabile. La sua voce, indimenticabile già ad un primo ascolto, anche frettoloso, è capace di scorticarti la pelle quando, raramente, Robert  la porta al limite della dissoluzione, ma assai più spesso è così profonda e carezzevole che vorresti arrotolartela addosso, fartene mantello.

wgc-parish-austin-sxsw-2004-2

E’ la voce di un bardo vagabondo che, arrivato dai più lontani margini della carta geografica, reca con sé racconti epici e misteriosi, storie di sapienza antica, di carne e sangue, di compassione e speranza. Ma Robert Fisher era un rocker. Nella sofferenza della storie terrene che metteva in scena riscattava la fragilità dei suoi protagonisti nella grandezza del perdono, nella potenza dell’accettazione dei loro (nostri) destini segnati.

Robert Fisher era un mio amico.

Ciò che segue è solo una delle tante nostre chiacchierate, divenuta poi una intervista. Ad un uomo che aveva l’umiltà di definirsi fortunato. Era il 2008.

 

Una chiacchierata, tra il Mojave e Londra, con il leader dei Willard Grant Conspiracy

Robert Fisher ed io ci conosciamo da un po’ di tempo, abbastanza per aver avuto l’opportunità di sgusciare dai nostri “ruoli”, e al rispetto e all’ammirazione per l’artista ho aggiunto, nel tempo, anche quelle per l’uomo. Premessa doverosa per introdurre questa sintesi da lunghe chiacchierate, originate dalla pubblicazione di Pilgrim Road, nuovo lavoro targato Willard Grant Conspiracy. Un album bellissimo che segna una evoluzione nella poetica musicale di Fisher, smarcandolo finalmente e del tutto, dall’ambito ristretto e per lui mortificante (lui non lo dice, lo dico io) del contenitore folk. Un album che più di ogni altro sembra frutto della sua precisa visione, ad onta del fatto che la formula Willard Grant Conspiracy sia sempre stata quella di un collettivo aperto. E non è facile per uno come Fisher, modesto e rispettoso del lavoro degli altri, ammetterlo. “Sono un tipo molto fortunato. Conosco tante persone di talento sempre disponibili per qualsiasi avventura musicale. Un processo collaborativo che parte da alcune idee e si espande mano a mano che le canzoni prendono forma e cominciano a manifestare la direzione verso cui svilupparsi”. Certo, fortunato, ma dopo un po’ riesco a fargli dire quello che per pudore avrebbe voluto tenere per sé: “Sono riluttante per natura ad essere riconosciuto come colui che dirige la musica, ma credo che sia come scrivere e dirigere un film; trovo le persone giuste per i ruoli e quindi faccio un passo indietro, confidando che quanto faranno sarà appropriato per la canzone”. In questo caso tuttavia c’è anche dell’altro, ed è ciò che fa la differenza. “Buona parte del disco ha a che fare con il superamento di alcuni miei limiti personali e provare nuove differenti nozioni riguardo sia alla musica che alla scrittura. Lavorando con Malcolm Lindsay ho trovato il modo di affrontare questi miei limiti, sia grazie alla sua abilità nelle parti orchestrali, sia nello scrivere assieme la musica. Abbiamo lavorato insieme 10 giorni, scrivendo e registrando. E’ stato tutto intuitivo e diretto e completamente naturale”. Lindsay, affermato ed eclettico compositore di musica classica contemporanea e di colonne sonore, con un passato pop come chitarrista dei Deacon Blue che ogni tanto, come in questo caso, riaffiora, aggiunge infatti alle canzoni di Pilgrim Road un respiro musicale che ne esalta la qualità cinematica, lasciando al centro la narrazione, mai così solenne, di Fisher. Sono paesaggi sonori cristallizzati attorno allo sguardo del narratore, il cui movimento, non solo meccanico ma anche introspettivo, detta i tempi emotivi delle canzoni. “E’ un modo incantevole di interpretare il disco. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di tenere al centro le canzoni e le storie che queste raccontano. Chissà, forse sto migliorando col tempo, spero. La tessitura musicale del disco riprende quanto già tentato con quelli precedenti. L’idea era scrivere canzoni dove l’elemento orchestrale fosse fondamentale e organico e non solo una mera decorazione come tante pop band sembrano fare. Era anche molto importante mantenere una connessione con quanto fatto in passato e utilizzare le idee di spazio e minimalismo che usiamo quando creiamo il nostro suono. Volevo ancora sentire il suono dell’ambiente, il respiro degli strumenti e mantenere l’intimità di una registrazione fatta all’istante. E mantenere anche quella dinamica, così importante quando devi trasmettere la storia emotiva di una canzone, tra tensione e liberazione”. E così come i paesaggi sonori, anche le storie sembrano cogliere momenti particolari dei loro protagonisti, sospesi e cristallizzati in un particolare momento, quasi di attesa di qualcosa che, forse, sta per succedere. “E’ una buona osservazione. Canzoni come ad esempio The Pugilist e Vespers hanno a che fare con la consapevolezza di una persona che fa i conti con la propria umanità in tutte le sue forme. Il concetto di una vita spesa cercando una illuminazione, porta inevitabilmente con sé la consapevolezza dei propri errori e difetti. In entrambi i personaggi di queste canzoni c’è una accettazione della propria fragilità umana”. Nelle note di accompagnamento a Pilgrim Road scritte ad uso della stampa, vi sono riferimenti ai tempi e ai modi dell’esperienza di scrittore. “Non so proprio come le storie mi arrivino. Arrivano e basta. La mia responsabilità è essere pronto per riceverle. Non si tratta solo di ispirazione, piuttosto di un mix tra questa e una buona dose di disciplina. E’ un po’ come essere un bravo cuoco. Cerchi i prodotti migliori sul mercato e prepari qualcosa a tua scelta che onori la qualità degli ingredienti, aggiungendo un po’ di tuo. La chiave è essere in grado di riconoscere quando sei di fronte a qualcosa di eccezionale e quindi limitare al minimo il tuo intervento”. E detto da Robert Fisher, che i buoni cuochi li sa riconoscere a tutte le latitudini, questa assunzione di responsabilità è la garanzia migliore circa l’onestà del suo approccio artistico.

Pubblicato originariamente su JAM

Annunci

Una risposta a “Robert Fisher. A proposito della fine

  1. Pingback: Libero da ogni legaccio – Robert Fisher, 1957 – 2017 | music bin·

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...