Citizen K – Second Thoughts (Paraply Records, 2017)

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Tradotto nella nostra lingua, il titolo scelto per questo doppio album dal compositore, multistrumentista e cantante svedese Citizen K, all’anagrafe Klas Qvist, diventerebbe Ripensamenti. E probabilmente, stando ai tempi di gestazione dichiarati nelle scarne note di copertina, compresi tra la fine del 2009 e la metà dello scorso anno e, soprattutto alla complessità di scrittura, arrangiamenti e produzione, l’enigmatico Citizen K qualche ripensamento in corso d’opera deve averlo avuto.

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Il mood viene fissato già dai primi secondi di ascolto. Un sommesso e lontano cinguettio di uccelli, un violoncello che si fa strada con mesta indolenza, un clavicembalo che spezza il silenzio, introducono ad un soffice wall of sound di chitarre acustiche ed elettriche che danzano su un tappeto di tastiere, inseguendo una melodia dagli echi di Canterbury, guidata dalla voce doppiata dell’autore nell’abbraccio di armonie vocali tanto minimali quanto insinuanti.

L’universo stilistico gentile, anche quando si alza la voce e i tempi accelerano, sontuoso, variegato e colto, nel quale Citizen K immerge i suoi ripensamenti, è quello retro pop, con particolare predilezione per la stagione a cavallo tra i Sessanta e i Settanta (ma non ci sono limiti temporali), giocata su entrambe le sponde Atlantiche, reinventato nelle reciproche contaminazioni e attualizzato da uno sguardo contemporaneo.

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I Pink Floyd convivono qui, a volte anche all’interno di una stessa canzone, con Brian Wilson, i Beatles con la west coast, il pop ambizioso dei tardi Caravan con l’indie rock degli Ottanta, il country rock con il progressive più melodico dei Genesis. Una drammaturgia musicale, dai tempi stringenti, esteticamente funzionali al racconto sonoro, un flusso dinamico unitario che, soprattutto nella prima metà del secondo dischetto, lambisce il respiro ampio e visionario di una suite pop.

Second Thoughts è un lavoro bello e ambizioso, culturalmente controtempo, che guarda ai concept album, quelli spalmati su due vinili, degli anni Settanta, quando registrare musica voleva dire conferirle la materialità necessaria a sfidare l’eternità biologicamente negata al suo autore. E’ culturalmente nostalgico, ma musicalmente attualissimo. Anche smontato canzone per canzone, infatti, ridotto alla randomizzazione dello streaming, Second Thoughts mantiene intatta fantasia melodica e lussuria pop. Sono ripensamenti che chiedono, e meritano, più di un secondo ascolto.

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