Brian Eno – Reflection (Warp, 2017)

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La prima parola di questo 2017 appena cominciato, è algoritmo. E se pochi sanno davvero cos’è, e meno ancora sanno padroneggiarlo, tutti invece ne verifichiamo quotidianamente gli esiti nelle nostre sfere esperienziali o più semplicemente sociali. Invadenze fastidiose, come le fake news e, più in generale, la bolla artificiale creata a nostra misura (sic) dai social media. Ma, per fortuna, con gli algoritmi si può fare anche altro, ad esempio musica.

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Gli algoritmi che hanno generato Reflection, il nuovo lavoro di thinking music di Brian Eno, ultimo capitolo sin qui di una pentalogia aperta nel 1975 da Discreet music ed evoluta poi in Thursday afternoon (1985), Neroli (1993) e Lux (2012) non impongono realtà artificiose. Al contrario, offrono spazi infiniti di libertà riflessiva e di applicazioni pragmatiche, sotto forma di musica per pensare, per fare tutto oppure nulla. Musica da ambiente, ha dichiarato Eno, che nasce dalla messa in atto di un sistema di suoni e frasi affidata ad un sistema di regole probabilistiche che modificano lo sviluppo della composizione e la sua esecuzione, ogni volta in modi diversi. Sembra complicato?

Se guardiamo all’album, lo è ancora di più. La musica di Reflection, per esplicita definizione autorale, è dunque impossibile da contenere nel limite dato di un supporto qualsiasi, fisico o liquido, e ciò che troviamo, una lunga ma definita traccia di 54 minuti, ne costituisce allora solo una ipotesi, un piccolo tratto di uno stream sonoro algoritmicamente infinito. Per chi la cerca, la potenziale totalità, infinita, dell’esperienza di Reflection è comunque possibile. La offre la app che ha generato l’album, ideata da Eno con Peter Chilvers, disponibile per iOS 9.0 e per la Apple TV.

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Ciò che l’album Reflection cristallizza, uno tra i tanti di ciò che Eno chiama dispiegamenti, sono echi e riverberi che si propagano e, una volta ricominciato l’ascolto si ripetono inevitabilmente immutabili, con lentezza e casualità, come cerchi sulla superficie immobile di uno specchio d’acqua. Successioni di timbri e permanenze imperscrutabili e algide che non impongono, non contenendola, alcuna organizzazione cognitiva precostituita, ma si offrono invece come materia sonora informe e modellabile a partire dagli ambienti, fisici e intimi, in cui la inseriamo. E dai nostri algoritmi psicologici, dalle regole altrettanto probabilistiche e in continuo divenire, che mettono in movimento i nostri sistemi percettivi ed esperienziali.

Se farete come Brian Eno, ascoltando Reflection nelle più diverse situazioni ambientali e relazionali, da soli o in compagnia, lavorando o fissando lo sguardo su un panorama qualsiasi, ciò che sentirete difficilmente sarà soltanto la musica che in quel momento uscirà dalle casse dell’impianto audio, ma una eco del tutto soggettiva della sua concreta molteplicità generativa. In una parola, arte.

 

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