10 album per il 2016

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Morte ed eternità, in queste due parole tanto abusate quanto imperscrutabili, è racchiuso il tratto 2016 del piccolo universo della musica popolare. E se la prima contiene in sé la (pur collettivamente rimossa) ovvietà del limite dell’esistenza personale terrena, anche quando si tratta di pop star, la seconda, relata alla musica popolare, sino al 13 ottobre del 2016 era per convenzione fuori luogo. Il 2016 verrà ricordato non solo per la lunga litania di artisti che, per dirla con Leonard Cohen, hanno lasciato il tavolo, ma soprattutto per la promessa di eternità che gli Accademici di Svezia hanno conferito all’opera di Bob Dylan, elevando ad arte ciò che, ad oggi, era solo una pratica di mestierante. Un paio di ipotesi di eternità forse abitano anche in qualche traccia dei 10 album di Music bin.

God Never ChangeGod Don’t Never Change – The Songs Of Blind Willie Johnson (Alligator/IRD 2016)

Per tutta la sua vita, Blind Willie Johnson non ha mai avuto una chiesa. E quando, alla fine, ne ha trovata una, ci è morto. Per tutta la vita la sua chiesa cambiava di giorno in giorno, dove e quando gli si offriva la possibilità di predicare. Anche nelle dance hall, nelle stazioni dei treni, agli angoli delle main street del sud degli States. Di più

david-bowie-blackstar-album-cover-art-500x500David Bowie – ★ (RCA, 2016)

(Im)prevedibile Bowie. Nemmeno alla soglia dei 70 anni (ne ha compiuti 69 proprio il giorno in cui è stato pubblicato ★, leggasi Blackstar, l’8 gennaio), nemmeno all’indomani del suo ritorno, a due anni da quel The Next Day che per molti suonava, invece, come l’ultimo dei suoi giorni possibili. Nemmeno oggi Bowie si accontenta, come fanno tanti suoi coetanei che da tempo hanno scelto di non mettersi più in gioco. Di più

leonard-cohenLeonard Cohen – You Want It Darker (Sony, 2016)

I’m leaving the table, I’m out of the game”. Sembra non lasciare incertezze Leonard Cohen, che comincia così la quarta traccia di questo suo quattordicesimo lavoro. Ma se è pronto a lasciare il tavolo da gioco terreno, prima di farlo ha ancora qualcosa da dire. A noi, o a chi vorrà ascoltarlo, ma anche, e soprattutto, al Cartaio. “If you are the dealer I’m out of the game/If you are the healer/Means I’m broken and lame/If thine is the glory/Then mine must be the shame/You want it darker/We kill the flame”. Di più

lodestarShirley Collins – Lodestar (Domino, 2016)

1978, l’age d’or della disco music con Bee Gees e Boney M a dividersi il mercato dei 45 giri di lingua anglosassone. I Democratici si riprendono la Presidenza degli Stati Uniti con Jimmy Carter ed Elisabetta II vigila, come oggi, sulle sorti del Regno d’Inghilterra. In quel 1978 Shirley Collins pubblica assieme alla sorella Dolly quello che, per 38 anni, sarebbe stato il suo ultimo album, perdendo poi la voce, letteralmente, per una forma di disfonia cui non erano estranei dolorosi rivolgimenti esistenziali. Di più

don-conoscenti-anastacia_origDon Conoscenti – Anastasia (Howlin’ Dog Records, 2016)

Se Taos fosse Los Angeles, questo sarebbe il come back dell’anno. E’ lassù, nelle Sangre de Cristo Mountains, in New Mexico, ad oltre 2 mila metri di altezza, che ha trovato rifugio Don Conoscenti, dopo trent’anni di vagabondaggi, personali e artistici, tra Chicago, Vermont, California, Atlanta, Oklahoma, Colorado. Ed è a Taos che, abbandonata la musica per oltre un decennio, è nato e ha preso forma Anastasia. Di più

indexAllen Ginsberg – The Last Word On First Blues (Omnivore Recordings, 2016)

Oh, don’t sing Allen” l’aveva pregato, senza mezzi termini, Marianne Faithfull. No, Allen Ginsberg non era un cantante, pur possedendo una discreta intonazione ed un diligente senso del tempo. Ma che importa. Quando registrò queste canzoni, in un arco temporale di quindici anni tra il 1971 e il 1986, Ginsberg era tra i poeti americani l’unico ad aver sperimentato sulla propria carne, e proprio con il suo primo poema, Howl, pubblicato dalla City Lights Books di Ferlinghetti, la popolarità messianica di una rock star ante litteram. Un poeta beat rigoroso e profondamente intellettuale trasformato da una sentenza illuminista, era il 1957, in profeta anarchico, autore di best seller. Di più

PatchBob Mould – Patch The Sky (Merge Records, 2016)

Bob Mould, cinquantasei anni, tra gli architetti dell’alternative rock degli anni Ottanta, è un uomo da album. Un artista da vinile, quaranta minuti su due lati, una decina di canzoni o poco più. Patch The Sky ne infila dodici, concise, essenziali, sparate dritte in faccia da amplificatori sull’orlo del collasso, veloci e dense, un viaggio di appena quarantun minuti nei demoni del suo autore. In due capitoli, il primo lato caratterizzato da una scrittura più scorrevole, suoni e melodie di immediata fascinazione, il secondo più oscuro, potente e drammatico. Un classico, insomma. Di più

EREmitt Rhodes – Rainbow Ends (Omnivore Recordings, 2016)

C’è stato un tempo in cui qualcuno scriveva che Emitt Rhodes non esisteva, ma era lo pseudonimo del vero Paul McCartney, che aveva abbandonato i Beatles lasciando al suo posto uno che lo impersonava. Scandalismo pseudo giornalistico, certo, ma fondato sulla convinzione, condivisa da tutta la stampa, che il migliore McCartney lo si trovasse allora nell’album d’esordio di un ventenne californiano, Emitt Rhodes appunto. Di più

west_of_eden-look_to_the_west-573pxWest Of Eden – Look To The West (WM, 2016)

Tra il 1870 e l’inizio della Prima Guerra Mondiale, oltre un milione di svedesi si unì al flusso di migranti che dall’Europa tentava la fortuna al di là dell’Atlantico. Un viaggio allora interminabile che, nella maggior parte dei casi, da Gothenburg conduceva al porto di Hull, nel Regno Unito, dal quale salpavano i transatlantici della Wilson Line, diretti a New York. Un viaggio che i West Of Eden, gruppo folk svedese qui al suo nono album, ripercorrono oggi in Look To The West, raccontando con sensibilità e affetto le storie silenziose e umili di quei pionieri, in fuga dalla povertà e dalle carestie, tra ripensamenti e sogni. Di più

CurePeter Wolf – A Cure For Loneliness (Concord, 2016)

You can lay down and die, you can live and count the tears you cry, but baby that’s not me, there’s big wild world I was born to see, and I’m rollin’ on, leave hard times back behind me. Sono i primi versi di Rolling On, brano che apre questo ottavo lavoro solista, in 32 anni, di Peter Wolf, cantante e frontman della più famosa bar band d’America, la J. Geils Band. E che sintetizza, con poche note scandite da un pianoforte la cura per la solitudine di Wolf, tanto semplice a dirsi quanto difficile da praticare per davvero. Di più

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