Gerry Beckley – Carousel (Blue Elan Records, 2016)

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Degli America, trio che nella prima metà degli anni Settanta contribuì con un approccio british alla divulgazione del suono west coast, Gerry Beckley era il melodista pop, complice anche la qualità distintiva di un falsetto ad alto tasso zuccherino. Sue, ad esempio, le ancor oggi popolarissime I Need You e Sister Golden Hair, croce e delizia di un cantautorato californiano più che tentato dal pop mainstream. Un blend dal marcato accento beatlesiano successivamente elaborato dall’incontro con Sir George Martin, che accompagnerà la band in un lungo, ovviamente dolcissimo, oblio.

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Carousel, settimo album da solista per Beckley, interrompe non solo un silenzio di cinque anni, ma anche il rito nostalgico dell’attività live degli America, oggi un duo, alimentata nell’ultimo decennio da ripetute escursioni discografiche negli archivi della band. Una interruzione più di nome che sostanziale, tuttavia, perché, e in fondo non potrebbe essere altrimenti, il Beckley di oggi è solo il padre, per età di vita e di percorso artistico, di quello di ieri.

Ritroviamo infatti, intatta, l’attrazione per la musica dei Beatles, in particolare per McCartney, citato esplicitamente almeno un paio di volte nel corso dell’album (Minutes Count, Serious), così come il gusto per la ballata svelta dall’uncino melodico irresistibile, nell’apertura di Tokyo. Sono le spie di una continuità stilistica, difficile dire con nettezza se ricercata solo nel mestiere (ma il sospetto c’è) che mantengono Carousel nel clichè rassicurante dell’immaginario californiano così come codificato dal mainstream contemporaneo.

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Tutto il resto, nove canzoni, mantiene la promessa fissata nel titolo, un carosello di variazioni melodiche perlopiù meditabonde, tenute assieme da una complessa tessitura sonora ricca di soluzioni strumentali non ovvie tra le quali spicca l’utilizzo dell’oboe, in particolare nella conclusiva title track, e piccoli divertissement come il trattamento riservato ad una semplice ballata country, Widows Weeds, che suona come un vecchio 78 giri, scratch compresi.

E’ però una cover, delle due contenute in Carousel, la traccia più compiuta. Pur calligrafica, la rilettura di Nature’s Way, scritta da un giovanissimo Randy California e divenuta nel tempo una delle canzoni manifesto degli Spirit, ha in sè l’attualità tematica e la freschezza sonica che nel resto dell’album perlopiù si stemperano in raffinata routine.

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