Mose Allison, 1927 – 2016

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Swing, invenzione melodica e personalità. Sono i tre segreti del blues, che Mose Allison mi svelò qualche anno fa, quando con immacolato e gentile entusiasmo si prestò come un debuttante al rito delle interviste di promozione di quello che sarebbe rimasto il suo ultimo lavoro in studio, The Way Of The World.

Troppo bluesy per i puristi jazz, troppo jazzy per i fan della musica del diavolo, Mose Allison è stato il William Faulkner del jazz, ma anche un riferimento costante per il rock britannico sin dagli anni Sessanta. Ma soprattutto un autore, un pianista ed un interprete unico, un testimone irriverente del Novecento. Per la critica americana era un autore cinico. Lui di sé diceva, con sardonica umiltà, di essere soltanto un comico.

Mose Allison se ne è andato poche ore fa, il 15 novembre, quattro giorni dopo il suo 89° compleanno.

Questa è l’intervista. Era febbraio, sei anni fa.

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Mose Allison

Old Man Blues

 “Hello! How are you man?”. Eccolo qua, mr. Mose Allison, 83 anni il prossimo novembre, seduto all’altro capo della linea telefonica pronto a sottoporsi, come un giovane debuttante, al rito delle interviste di promozione del suo nuovo The Way Of The World. Nel timbro della voce, che forse a causa della distanza suona un po’ meno ferma di quella sfoggiata su disco, traspaiono tutta l’ironia e la leggerezza che ne hanno caratterizzato una carriera di songwriter e pianista jazz, lunga oltre mezzo secolo. “Non immaginavo proprio che mi sarei ritrovato a parlare di un nuovo disco. Ero convinto che non vi fosse alcun bisogno di un nuovo album da parte mia. Né per me, né per la gente. Cosa mai potevo dire e fare, che non avessi già detto e fatto in tutti questi anni? Joe Henry però la pensava diversamente. Mi ha cercato, mi ha chiamato, mi ha scritto lunghe lettere per convincermi del contrario. Io conoscevo la reputazione di Henry, come artista e come produttore. Così alla fine ho cambiato idea. Ho pensato perché no, in fondo? Non facevo dischi da un sacco di tempo e quelli vecchi ormai non vendevano più. E lui aveva fama di produrre dischi di successo”.

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Mose Allison è uno che parla rapidamente, uno dalle risposte secche, che stempera poi in altrettanto brevi risate. Come in questo caso, prima di liquidare con elegante nonchalance il lavoro compiuto per questo nuovo capitolo di una discografia che annovera oltre cinquanta titoli, ed il suo esito. “Non so dire se The Way Of The World mi piaccia davvero. Non ascolto mai i miei album, una volta finiti. Questo l’ho sentito giusto una volta, per vedere come era venuto, ma non so dire se ne sia felice. Io ho fatto quello che so fare e Joe Henry quello che doveva. Ci sono alcune mie nuove canzoni più altre rielaborate, come Ask Me Nice (era su Western Union del 1971, nda) e Lay Come Down (da I’ve Been Doin’ Some Thinking del 1968, nda) e una, Everybody’s Think You’re An Angel, scritta da mia figlia Amy Allison (anch’essa songwriter, nel cui recente Sheffield Streets Mose suona il pianoforte). Con Amy abbiamo fatto un vecchio brano di Buddy Johnson, This New Situation (registrata da Ella Johnson e Nolan Lewis nel 1951, nda). E’ il nostro primo duetto. Conoscevo la canzone, ma non ero mai riuscito a trovarne la versione originale. Alcuni amici di Amy ne hanno scovata una copia in Australia. Amy è una eccellente songwriter, con un paio di album davvero buoni. Cosa ha preso dal padre? Ah, proprio non saprei, ma forse qualcosa l’ha preso, no? Il testo della canzone The Way Of The World è di Joe Henry, io ci ho solo messo la musica, mentre I’m Allright è del mio amico Loudon Wainwright III”.

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E’ un vecchio gentiluomo del Sud, Mose Allison, dalla parlata elastica del Mississippi e dalla modestia di chi ha conosciuto tutte le diverse stagioni della vita, attraversandole senza rimpianti. Nato nel 1927 in una fattoria nei pressi di Tippo nel Delta del Mississippi, un villaggio di 200 anime, uno di quelli che gli americani chiamano one horse town, Allison ha arato i campi con i muli, raccolto il cotone, conosciuto la Grande Depressione: “Avevo due anni quando scoppiò la Grande Depressione. Sono cresciuto proprio in quegli anni. Ovviamente ero troppo piccolo per capire quello che stava succedendo, ma mi ricordo di tanta gente povera”. Ma accanto ai muli e al cotone il piccolo Mose scopre e sviluppa proprio in quei primi anni di vita una prodigiosa propensione alla musica, in particolare nei confronti del pianoforte. “Ho cominciato a suonare il pianoforte a cinque anni, a orecchio e guardando mio padre, che a sua volta aveva imparato da solo. Non ho mai preso lezioni di pianoforte o di musica in generale. Però mi sono laureato in Filosofia e Letteratura Inglese. Roba un po’ diversa eh? Nella mia famiglia la musica era di casa. Country, blues, musica da ballo. E poi c’era mia cugina. Era più grande di me e aveva questi dischi incredibili di jazz, roba di Louis Armstrong e Fats Waller. Lei mi fece scoprire il jazz”. E’ questa l’unica chiave di lettura alla quale si sono aggrappati, da mezzo secolo ad oggi, le decine di critici musicali che hanno cercato di sintetizzare la particolare formula alchemica dell’universo creativo e stilistico di Mose Allison. Una chiave meramente storicistica in verità, che in questa coincidenza di suggestioni e stili musicali cui Mose viene esposto da bambino, ha creduto di vedere l’imprinting originario di ciò che invece costituirà un cammino artistico tra i più originali, scandito da tappe evolutive precise e fondamentali. “Non ci provo nemmeno a definire la mia musica. Il mio stile si è sviluppato nel corso del tempo, ma si è sempre fondato su un elemento trasversale ed imprescindibile, lo swing. E accanto a questo, l’invenzione melodica e la personalità. Sono questi gli elementi, per me, che caratterizzano il jazz, anche se so bene che il jazz sia praticamente indefinibile. Ci sono talmente tante definizioni di jazz che alla fine nessuno può dire cosa esso sia davvero. Personalmente ho cercato di costruirmi una personalità artistica, come quella dei grandi jazzisti, immediatamente riconoscibili per lo stile e il suono che possiedono. Ho cominciato a suonare professionalmente nel 1950. Il mio primo ingaggio fu presso un club di Lake Charles, in Louisiana. Da allora tutti i miei sforzi sono sempre stati concentrati sul mantenere un buon livello di performance, oggi come sessanta anni fa. E questo richiede molta energia, attenzione, concentrazione”.

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Gli esordi discografici con la Prestige di New York, etichetta per la quale debutta nel 1957 con Back Country Suite, rivelano già la particolarità del suo stile pianistico downhome, giovatosi in quegli anni dell’ascolto di Theolonius Monk e Lenny Tristano, ma soprattutto una decisa inclinazione verso il songwriting. “Ho sempre cantato, sin da ragazzino. La prima canzone l’ho scritta a 13 anni e la cantavo alle feste. A quei tempi ascoltavo Nat King Cole ed ero affascinato dai grandi jazzisti che cantavano”. Ma con Nat King Cole e in generale con i crooner pop, Mose Allison aveva poco da spartire. I suoi testi, ironici e corrosivi, possedevano ben altro spessore letterario. Non a caso, in quegli anni newyorchesi, si parla di lui come del William Faulkner del jazz. Una definizione che ancora oggi fa scoppiare Allison in una franca risata: “Non so chi si sia inventata questa cosa. Per me non ha e non ha mai avuto alcun senso. Ho conosciuto Faulkner quando frequentavo l’Università del Mississippi, ma questo è l’unico elemento di contatto tra lui e me”. I suoi testi erano allora, e sono oggi, riflessioni spesso assai critiche dai risvolti sociali, condotte in chiave umoristica. Testi che richiedono attenzione e fanno pensare, ma con un sorriso sulle labbra. “Questa volta sono d’accordo. Sin dall’inizio questo è stato il mio intento, ma venivo invece considerato un autore cinico. Ci è voluto del tempo perché la gente capisse che, invece, ero soltanto un comico. Oggi però, per fortuna, questo equivoco è stato superato e chi viene ai miei spettacoli se ne torna casa con almeno un paio di belle risate”.

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Troppo bluesy per i puristi jazz, troppo jazzy per i fan della musica del diavolo, come sinteticamente ha provato a definirlo Joe Henry, Mose Allison è diventato ben presto, a dispetto dei suoi discografici, in particolare i fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegun boss della Atlantic cui fu legato dal 1961 al 1976, un beniamino della nascente scena rock britannica, che affondava le proprie chitarre proprio nel blues. Già nel 1964, il 7 agosto, Allison si trova a dividere il palco di un festival blues a Richmond, alle porte di Londra, con una band guidata da un chitarrista biondo, una band che scatenava l’isteria delle migliaia di giovani sotto al palco. Una cosa mai vista per uno nato a Tippo, Mississippi, abituato ai jazz club di New York: “Fu una esperienza davvero incredibile. Non sapevo nulla dei Rolling Stones. Non li avevo nemmeno mai ascoltati. E fui davvero sorpreso quando li vidi arrivare con un furgone senza finestrini. Il leader era il giovane chitarrista biondo (Brian Jones, nda), non Mick Jagger. Almeno questo è quello che capii osservando i ragazzi che diventavano matti ogni volta che lui si avvicinava al bordo del palco. Non c’era alcuna relazione tra loro e me”. Una relazione, tra Allison e il mondo del rock blues inglese, che non tarda tuttavia a consolidarsi, e che trova la sua definitiva attestazione pochi anni più tardi, quando, il 16 maggio 1970, viene pubblicato Live At Leeds, primo album dal vivo di The Who. Ad aprire quel vinile una ruggente versione della sua Young Man Blues: “Non ne sapevo niente, fino a quando, un giorno, trovai nella posta un assegno del mio editore di 7000 dollari. Francamente pensai ad un errore del contabile. A quei tempi gli assegni per le royalties erano di 15, 20 dollari al massimo. Non sapevo nemmeno chi fossero The Who. Devo molto a Pete Townshend, e non solo per aver registrato quella canzone. Pete mi ha davvero supportato da allora. Stanno ancora vendendo quella canzone. Ora è diventata anche un video game (è inserita nella track list di Rock Band 2, nda) e continua così ad essere ascoltata dai ragazzi”. E quello con il Regno Unito, ed in generale con l’Europa, è un legame che negli anni è andato consolidandosi, rafforzato dalla stima di artisti come Alexis Korner, Georgie Fame (il primo a proporre le canzoni di Allison al pubblico inglese), Van Morrison. E proprio questi ultimi due con la produzione di Ben Sidran, un allievo americano di Allison, ma dai forti legami artistici europei, nel 1996 realizzano il fortunato e sentito tributo Tell Me Something, Songs of Mose Allison. Un album, come ci ha raccontato recentemente lo stesso Sidran, che Van Morrison volle rifare seguendo esattamente lo stile di Allison: “Un disco molto buono. Peccato però che ci fossero poche canzoni (erano quattordici, in realtà, e Allison lo dice ridendo, nda). Sono convinto che Van ne conoscesse molte altre. Quel disco ha venduto bene e se avesse avuto più canzoni avrei incassato più royalties. Seriamente, sono davvero riconoscente e lusingato ogni volta che qualcuno sceglie di interpretare un mio brano. Almeno, sino a quando mi vengono riconosciute le royalties (di nuovo, scoppia in una risatina, nda). Non sempre, infatti, vengo pagato. Se si tratta di artisti major sì, ma oggi tutti possono fare un disco e ci sono tanti artisti indipendenti che vendono poche copie dei loro dischi, e dai quali non ricevo mai un soldo”. Se non fosse per la sardonica laconicità con la quale pronuncia queste affermazioni, verrebbe quasi da credergli.

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Ma in ogni caso è la sua storia, sessanta lunghi anni di concerti e dischi, che parla per lui. Una storia che non si è mai interrotta e che solo grazie alla caparbietà e lungimiranza di Joe Henry, oggi abbiamo il pretesto di ricordare. Perché se è vero che Mose Allison non faceva dischi dal 1998, ha però continuato incessantemente a suonare dal vivo, oltre 100 date all’anno, una media che non è calata nemmeno oggi. Jazz club da un capo all’altro degli States, ma anche in Europa, prevalentemente in Inghilterra: “Suonare dal vivo è la cosa che mi ha sempre attratto ed interessato di più. Suono regolarmente a Londra (in genere, una settimana di fila in autunno al Pizza Express di Soho, nda), meno nel resto d’Europa, dove la gente ha più difficoltà a capire i testi delle mie canzoni. E non solo in Europa. Una volta ero a Montreal, in Canada, dove quasi tutti parlano sia inglese che francese, e c’era un tipo che cercava di tradurre, dal palco, le mie canzoni in francese. Beh, dovette rinunciarvi, perché molte delle mie costruzioni lessicali non avevano corrispondenze in francese. Sia negli States che in Europa suono prevalentemente nei jazz club, locali da un centinaio di posti, ma ogni tanto mi invitano anche a qualche festival. Un paio di volte ho suonato anche in Italia. Qualche anno fa ad Ancona e prima ancora a Roma, ospite di uno show televisivo in tarda serata. Non ricordo bene quando, né chi fosse a condurre quel programma. Mi ricordo che c’erano altri musicisti. Mi fecero suonare una canzone e via, tutti a casa. Forse dovrei tornare dalle tue parti, prima o poi”.

Pubblicata originariamente sul numero 169 di JAM

 

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