Lazarus – The Original Cast Recording to the musical by David Bowie and Enda Walsh (Sony, 2016)

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E’ probabilmente una operazione velleitaria, provare a raccontare di un musical, delle sue canzoni, senza averlo visto in scena. Ma se il musical porta la firma di David Bowie, se le canzoni sono una sorta di juke box che copre tutta la sua carriera e, soprattutto, se tra queste ce ne sono tre inedite proposte anche nelle loro versioni originali che risalgono alle registrazioni di , il raccontarne non differisce poi tanto dalla abituale danza di architettura alla quale, chi scrive di rock, si sottopone ogni giorno e di buon grado. Solo, forse, questa volta è una danza un po’ più complicata e, per i modi e i tempi nei quali Lazarus, il musical e il disco, ha visto la luce, un po’ più a rischio di sbandate emotive.

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Sì, perché Bowie ha lavorato in contemporanea a e a Lazarus, ha registrato con la band di McCaslin le tre tracce sapendo che quando le avremmo ascoltate lui non sarebbe stato più qui ed anche perché, tocco sublime ad un finale di partita esemplare, il cast del musical ha inciso le sue canzoni l’11 gennaio di quest’anno, a poche ore dalla sua morte.

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Tutto il musical sta in un CD, ma è il secondo, che in poco più di 18 minuti contiene le ultime (ad oggi?) canzoni di Bowie, quello dal quale inevitabilmente partire. L’apertura è la title track, già presente in , ma che oggi suona davvero diversa, profeticamente invincibile, a cominciare dalla strofa d’esordio Look up here I’m heaven. Lo stesso luogo nel quale abita la traccia successiva, No Plan, dove there’s no music here/ I’m lost in streams of sound e nel quale All the things that are my life/My moods/My beliefs/My desires/Me alone/Nothing to regret/This is no place, but here I am. Ed anche lo stesso stream sonoro, che si dipana dalla oscura progressione jazz rock di Lazarus al fluire catartico e sublime di No Plan.

E, ancora, la dissoluzione di Killing A Little Time, combattuta alzando la voce e la tensione, negli assalti di un rock spigoloso e tempestoso che trova nel sax free form di McCaslin vie di fuga impossibili: I lay in bed/The monster fed, the body bled/I turned and said/I get some of you all the time/All of you some other time/This rage in me/Get away from me. Sino allo scontro finale di When I Met You, che Bowie affida ad un ultimo spavaldo assalto rock: You have just everything/But nothing at all/Now the moon is dark/Feels like pain again.

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 A rompere quel buio, ad illuminare quella luna di morte, provano allora le canzoni del musical, scelte e messe in fila dallo stesso Bowie e affidate ad un cast eterogeneo. Una pluralità di voci che se certamente obbedisce ai tempi e modi della messa in scena, così come gli arrangiamenti, necessariamente strumentali al dialogo e alla dinamiche con tutte le altre componenti teatrali, realizza tuttavia una sonante discontinuità espressiva. Se Michael C. Hall cui sono affidate, tra le altre, la title track e due delle canzoni inedite, Killing A Little Time e When I Met You, riesce infatti a restituirne profondità e tensione narrativa, grazie anche ad una contiguità vocale con l’ultimo Bowie, le canzoni consegnate alla quindicenne Sophie Anne Caruso, ma anche ad altri cantanti del nutrito cast (The Man Who Sold The World, Changes, This Is Not America) vanno poco al di là di una diligente inconsapevolezza e della più semplice divulgazione spettacolare.

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Sono interpretazioni che certamente non aggiungono nulla, e che lasciano semmai qualcosa per strada, ma che pure vanno accolte in questa nuova forma come l’ultimo atto di una mente geniale, che mentre si apprestava a lasciare il proprio corpo in pasto al mostro, metteva in scena la propria resurrezione. Lazarus, appunto.

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