Giulia Millanta – Moonbeam Parade (Ugly Cat Music, 2016)

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Per il suo quinto lavoro Giulia Millanta, fiorentina traslocata da qualche tempo a Austin, Texas, ha scelto la strada più semplice e, insieme, più rischiosa. Moonbem Parade si compone, infatti, di tredici canzoni originali, tranne una, registrate come ai tempi del grammofono. Lei, la band e il registratore acceso, non sempre la via più facile per far risaltare una scrittura come la sua, da songwriter, abituata all’interplay tra i vuoti di una dimensione sonora fatta di poche cose. Una scrittura matura e, soprattutto, multidimensionale.

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Non è un salto nel vuoto, tuttavia, perché attorno a sé Giulia ha raccolto i migliori veterani della capitale mondiale della live music, da Charlie Sexton a Gabriel Rhodes, da Glenn Fukunaga a Stefano Intelisano (altro transfuga italiano), e con loro anche le voci di Michael Fracasso e Kimmie Rhodes, e il piano di Howe Gelb. Una dream band che riempie di duttile e rarefatta elettricità le traiettorie sbilenche e solo apparentemente fragili di canzoni sottotraccia, quasi mai gridate, appoggiate ad un vocalità sfuggente, a tratti maliziosa.

Scommessa vinta? Non del tutto, e solo per limiti di produzione. Perché se tutto funziona, dalla ritmica sobria e funzionale alle linee di chitarra sensibili, agli inserti misurati di tastiere e voci, Moonbeam Parade sconta una inevitabile omogeneità sonora che non riesce a restituire del tutto la ricchezza di scrittura dell’autrice.

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Che paga con gli interessi i propri debiti ai maestri universali, Beatles (If You Ask Me) e Dylan (The House Alwasy Wins), ma che sa anche giocare con soave lievità tra gli incroci di confini, tematici e geografici, che per nascita non le appartengono come nella drammatica Silvery Gown, disegnare un piccolo valzer straniato come Gun Shy, diventare per un attimo la donna che sarà tra qualche decennio in There’s A Bridge, che pare tratta dal songbook di Mary Coughlan. E che sa farle reinventare con passione, in italiano, R&R Suicide di David Bowie.

Moonbeam Parade fa venire voglia di riascoltare Giulia Millanta con una produzione più studiata e articolata. E non è un demerito.

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