La canzone e lo sghignazzo

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Dylan come Hemingway, Steinbeck, Bellow. E, mesta contestualità, Dario Fo, come Dylan un iconoclasta tra i Nobel. Solo che lui, Dylan, di libri ne ha scritti soltanto due, Tarantula mezzo secolo fa, e Chronicles che ha lasciato più interrogativi di quanti, invece, avremmo desiderato ne sciogliesse.

La motivazione con la quale il Comitato dei Nobel ha attribuito il riconoscimento nel campo della Letteratura, parla di creazione di “una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”. Non è poco, ma non è tutto.

Perché accanto a ciò che Dylan ha scritto, e cantato, il Nobel premia soprattutto ciò che Gordon Ball, professore di letteratura all’Università della Virginia, indicò con nettezza venti anni fa quando candidò l’uomo di Duluth all’Accademia Reale Svedese. Disse allora Ball che Dylan era stato proposto “per l’influenza che le sue canzoni e le sue liriche hanno avuto in tutto il mondo, elevando la musica a forma poetica contemporanea”.

Ciò che Ball non specificò era che la musica che Dylan aveva elevato a poesia era la musica popolare. E anche questo non è poco. Quanto all’influenza esercitata dalle sue canzoni, già oggi evidente, solo la prospettiva storica riuscirà a comprenderla per esteso. Come per Hemingway, appunto, Steinbeck, Bellow. E per Dario Fo.

La canzone e lo sghignazzo.

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