Penny Lang, 1942 – 2016

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Greenwich Village, seconda metà degli anni Sessanta. Un paio di talent scout della Warner Bros sono a caccia di folker. Entrano da Gerde’s, uno dei templi nei quali si era appena consumato il boom del Folk Revival. Sul palco c’è una strana ragazza bionda, un po’ freak. Sta suonando una canzone che i due non hanno mai sentito. Si intitola Suzanne, l’ha scritta uno squattrinato poeta canadese di nome Leonard Cohen. Lei, invece, si chiama Penny Lang, non scrive (ancora) canzoni sue, ma canta il blues e il folk con tutto il candore di un’anima pura.

PL

Le offrono un contratto, un singolo con il lato A per Suzanne. Quel 45 giri, ovviamente, non venne mai registrato. Il Folk Revival aveva lasciato il posto al Folk Rock proprio in quei giorni, ma per Penny Lang, per la sua anima pura, mettere l’elettricità nel folk era una bestemmia.

Comincia così la storia di Penny Lang la regina del folk canadese che abdicò prima ancora di essere incoronata. E così si chiude, almeno quella che sta scritta nelle enciclopedie. Depressioni e disturbi della personalità, coniugati alla precaria condizione di mamma single (il padre, dichiarò anni dopo, era il folker Dave Van Ronk) la allontanano dalle scene per un lunghissimo periodo, sino agli anni Novanta quando, con 6 album indipendenti, Penny Lang recupera, attualizzandolo finalmente su disco, il suo status di leggenda della scena folk canadese. Due soli album, i primi con una etichetta discografica, la Borealis, segnano il nuovo millennio, anni nei quali Penny deve fare i conti con gli esiti di un grave ictus cerebrale.

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Penny Lang si è spenta il 31 luglio scorso, nella campagna della British Columbia, nella prima e unica casa che avesse mai posseduto, dove solo due settimane prima aveva festeggiato il suo 74° compleanno.

 

Nella sua voce, scriveva qualche anno fa Jesse Winchester, “sentivo passione, sentivo vulnerabilità e sentivo un totale candore”.

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