Elvis Presley – Way Down In The Jungle Room (Sony Legacy, 2016)

WDJR

Nel 1976 Elvis Presley sta giocandosi il finale di partita. I ragazzi della Memphis Mafia sono in liquidazione coatta, chi gli resta attorno cerca di fregargli soldi con affari sballati, gli stessi musicisti della TCB, fedeli al motto che li affratella (take care of business), entrano ed escono dalla band, a caccia di ingaggi meglio pagati. E lui, il Re, sta sempre peggio. Nel corpo, malato e devastato da dosi spropositate di farmaci, e nella psiche, tormentata da sofferenze irrisolte e agitata da demoni misteriosi. Nemmeno sul palco, nelle brevi tournée provinciali rimediate dal Colonnello va meglio, anzi. Goffo e lento al limite della narcolessia, il Re stenta a ricordare le battute di canzoni cantate mille volte e, per la prima volta in tutta la sua vita, l’attenzione isterica del suo pubblico sembra infastidirlo, peggio ancora, deprimerlo.

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Questo è l’Elvis di quei giorni del 1976 che segnano anche, e questo doppio CD è qui a ricordarcelo, le sue ultime session di registrazione. Avvengono in febbraio e in ottobre nel rifugio di Graceland, in quella Jungle Room che da bizzarra saletta polinesiana diventa, per l’occasione, uno studio di registrazione collegato con l’unità mobile della RCA, parcheggiata nel giardino.

Le cronache, quelle accreditate e quelle meno attendibili, sono concordi nel raccontare di un Elvis inconcludente, rinchiuso per la maggior parte del tempo in camera da letto e più attratto, soprattutto in febbraio, da strategie di contrasto alla criminalità organizzata di Memphis che sembrano prese, pari pari, dalla sceneggiatura de Il Giustiziere della Notte, allora recente blockbuster. Di un Elvis poco o nulla ispirato, che deve fare i conti anche con i limiti di una voce invecchiata anzitempo, logorata da mal di gola e sinusite.

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Gli esiti di quelle session domestiche, quelli ufficiali, li conosciamo. Riempiono le facciate di due album, From Elvis Presley Boulevard, Memphis, Tennessee e Moody Blue, e raccontano di un artista prigioniero della propria casa discografica. Sommersa dalla produzione di Fenton Jarvis e ristretta ad un repertorio di standard country pop dai tempi rallentati, la voce di Elvis è appena l’eco del suo fantasma, la sua anima dispersa in un collage di compiacente manierismo sonoro. Poco o nulla aggiunge allora l’ennesima riproposizione dei master originali, sedici, che occupa l’intero primo dischetto di questa doppia raccolta, sia pur ripuliti e sequenziati in un nuovo ordine, nel tentativo di dare organicità ad una casuale successione di incisioni.

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Il secondo dischetto, che contiene diciassette outtakes, racconta invece una storia un po’ diversa. Gli intermezzi tra un take e l’altro, gli scherzi, i colpi di tosse, le risate che paiono spontanee, danno dell’Elvis che siede al microfono della sua jungle room una immagine rovesciata. E poco importa che tutte assieme restituiscano poco più di un’ora tra le centinaia trascorse a registrare. Qui Elvis è di nuovo al centro dell’azione, la voce sgravata dai soffocamenti orchestrali e dalle sovraincisioni e, complice un nuovo brillante mixaggio, unica vera novità di una scaletta altrimenti nota, nel pieno controllo delle canzoni. Anche di quelle che più gli resistono, come Danny Boy e She Thinks I Still Care, qui proposte, rispettivamente, al nono e decimo take.

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Più grande delle canzoni che gli venivano offerte, anche in queste faticose session Elvis riesce, in alcune di esse, a ritrovarsi e a reinventarle sulla propria sofferenza (Hurt), ad accenderle (For The Heart, Way Down) in attesa che Jarvis le narcotizzi, a confondersi in esse (Blue Eyes Crying In The Rain, non a caso l’ultima canzone che cantò per sè, accompagnandosi al piano, poche ore prima di morire), sino a riempire di dolente sincerità anche un clichè pop come Solitaire, allora un recente successo di Neil Sedaka e dei Carpenters.

 

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