The Concert For Bangladesh

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Doveva essere una modesta raccolta fondi, 25 mila sterline appena, sull’onda dell’emergenza umanitaria che in pochi mesi aveva trasformato il Pakistan Orientale nel luogo più martoriato del pianeta. Dilaniato dalla questione Bengalese il Paese aveva subito, nel 1970, un devastante ciclone che aveva spazzato via la sua già fragile tessitura sociale ed economica, alimentando, anche a causa dell’inerzia del governo centrale, le tensioni separatiste. La reazione del presidente del Pakistan era culminata, nella primavera del 1971, in una vera e propria persecuzione razziale nei confronti dei bengalesi. Dieci milioni i rifugiati in India, un numero imprecisato di milioni di morti, fu il bilancio della guerra di indipendenza che in nove mesi portò, grazie all’intervento dell’India, alla nascita del Bangladesh.

RS

Quando il maestro bengalese Ravi Shankar, il padrino della world music secondo una famosa dichiarazione di George Harrison, ne parlò con l’ex Beatle, la raccolta fondi per la gente del Bangladesh si trasformò da un semplice concerto di musica classica indiana in una articolata operazione benefica, la prima organizzata e gestita da artisti rock, un evento, e questo lo era per davvero, che si trasformò in una complessa macchina di soccorso umanitario. Era il 1971, il Live Aid sarebbe arrivato solo 14 anni dopo.

L’evento, organizzato in prima persona da George Harrison, fu un doppio concerto al Madison Square Garden di New York, il centro mondiale della scena rock, fissato su consiglio di un astrologo indiano per il 1° di agosto, che la Apple replicò poi in un triplo album ed un film. “Ti accorgevi quasi da subito che si sarebbe trattato di un evento” scriveva il Village Voice nella recensione del concerto pubblicata pochi giorni dopo “dal fatto che le prime 10 file del Madison Square Garden ospitavano più della quota normale di vestiti Italiani e di abbronzature di plastica. Nessun discografico di peso avrebbe voluto perdere il ritorno da capogiro di George Harrison, Ringo Starr, Leon Russell, e, più incredibile di tutti, BOB DYLAN” (scritto proprio così, in lettere maiuscole). Harrison e Dylan, infatti, fatta eccezione per alcune sporadiche aperture per il primo e lo show all’Isola di Wight del secondo di due anni prima, avevano interrotto la loro attività live nel 1966.

just like a woman

Persi per strada John Lennon, che ci sarebbe pure stato ma avrebbe dovuto lasciare a casa Yoko Ono, e Paul Mc Cartney, allora in piena battaglia legale contro i suoi ex compagni, Harrison coinvolge da subito anche i Badfinger, Billy Preston, Klaus Voorman, Jim Keltner e Eric Clapton, da qualche tempo giù dai palchi per una pesante dipendenza da eroina. A questi si aggiungono Don Nix, cui Harrison affida la responsabilità di una ampia sezione di coristi che comprende anche Claudia Lennear e Don Preston, voluti da Leon Russell, gli Hollywood Horns guidati da Jim Horn, il bassista Carl Radle dalla band di Clapton e il chitarrista Jesse Ed Davis, chiamato all’ultimo momento per coprire eventuali defaillance dello stesso Slowhand.

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Facile oggi definire il Concert For Bangladesh un evento storico, ma allora ovviamente nessuno ne aveva idea, come mi conferma Don Preston. Per lui, chitarrista nella band di Leon Russell, già arruolato da Joe Cocker nell’avventura Mad Dog & The Englishmen, guidare una guitar army composta da Eric Clapton, George Harrison e Jesse Ed Davis lungo la scorribande di Jumpin’ Jack Flash e Youngblood (il set di Leon Russell preso, pari pari, dal suo repertorio live) era nulla di più che “fare ciò che abitualmente facevo nei nostri concerti”. Ed è proprio questa normalità a risaltare ancora oggi, in contrasto con l’eccezionalità di una motivazione umanitaria, che probabilmente solo Shankar e Harrison avevano consapevolizzato, così nettamente opposta alla confusione merceologico fricchettona di Woodstock e delle sue repliche europee. Una normalità che è, in egual misura, il distillato di cameratismo e professionalità.

Un piccolo aneddoto pubblicato da Preston nel suo sito web è, in questo senso, rivelatore. Scrive Preston “durante il Concerto per il Bangladesh fra i due spettacoli, un piccolo gruppo di persone si era ritrovato, giusto per passare il tempo, negli spogliatoi del Madison Square Garden. C’era Bob Dylan e cominciò a cantare e suonare. Lì vicino c’era un basso e Leon Russell lo prese, iniziando a suonare con lui. Dylan finì la canzone e Leon disse: “Come faceva quell’altra…uh Masterpiece” o qualcosa di simile. Dylan si mise a cantare When I Paint My Masterpiece. All’epoca non conoscevo quella canzone e mi mise a terra. Quandò finì, Leon chiese “E come era quell’altra..?” Così ne cantò un’altra ancora. Ci godemmo un mini concerto di Dylan. Che modo figo di passare il tempo”.

Dylan Russell Harrison Starr

Merito della meditata regia artistica e della ancor più studiata produzione di Harrison, che nell’inevitabile caos di oltre quaranta musicisti sullo stesso palco, riuscì a costruire una scaletta impeccabile curando tutto, o quasi, nei minimi dettagli. Superando, in questo modo, i buchi neri di Clapton, recuperato solo all’ultimo momento grazie ad una provvidenziale dose di metadone, di Dylan, insicuro sino al momento di salire sul palco, e della quasi inesistenza di prove. “Io e Leon”, mi racconta ancora Preston, “arrivammo due giorni prima. Il resto dei musicisti si era fermato un po’ più a lungo, ma non so dirti di quanto”. In realtà, gli unici ad aver provato per davvero, a partire dal 26 luglio, erano stati, oltre a Harrison, i Badfinger, Klaus Voormann e gli Hollywood Horns. Il cast completo, invece, riuscì a fare una sola prova, durante il soundcheck, la notte precedente il concerto.

Harrison

Maestro di cerimonie gentile e impeccabile, sempre presente sul palco come elemento di continuità in un programma musicale ricchissimo di individualità, ma che scorre senza alcuna rivalità, Harrison tenne per sé le esecuzioni di Awaiting On You All Something, While My Guitar Gently Weeps, con il Clapton più vivace dell’intero concerto, My Sweet Lord, Here Comes The Sun, quest’ultima in un intimo set acustico con Pete Ham, oltre all’apertura di Wah Wah e al gran finale di Bangladesh, uscita come singolo prima del concerto.

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I concerti al Madison Square Garden incassarono oltre 240 mila dollari, versati all’UNICEF, e dalle prenotazioni dell’album la Apple ricevette, entro la fine dell’anno, 3 milioni e 750 mila dollari. Controversie fiscali e cattiva amministrazione rallentarono il flusso degli aiuti, che solo nel 1985 vennero quantificati dal Los Angeles Times in quasi 12 milioni di dollari. Quando, infine, il fondo fu totalmente acquisito dall’UNICEF, la cifra, secondo una stima di Harrison, ammontava a 45 milioni di dollari.

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