Annie Keating – Trick Star (Annie Keating, 2016)

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Forse è ora, dopo una progressione di sette album più che notevoli nell’assonnato acquario dell’Americana, che Annie Keating si liberi dall’abbraccio soffocante delle comparazioni, che endemicamente accompagnano ogni tentativo di approccio critico alle sue canzoni. Non solo non sono servite ad aprirle uno squarcio di luce, ma alla lunga hanno finito per confonderla nell’angusto recinto delle bellissime perdenti. Dei suoi sette lavori, i tre più recenti ne hanno ritagliato, invece, un profilo distintivo di storyteller sensibile e musicista dalla ricca cifra stilistica.

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Trick Star, autoprodotto così come il precedente Make Believing, vanta al confronto un più accurato amalgama sonoro e maggiore ricchezza di accenti, non sempre e soltanto al servizio della narrazione. Brani rock come Time Come Help Me Forget, o virati nell’honky tonk come la title track (l’adolescenza riletta sui pedali della sua prima bicicletta), sono brillanti aperture della sin qui più scontrosa vena espressiva di Annie Keating, colpi di luce che ritornano anche altrove, ad esempio nella solarità di una marcetta da jug band psichedelica, Creatures, ricca di ottoni irresistibilmente frivoli.

Accelerazioni e coloriture ben bilanciate nella dinamica complessiva dell’album, che contiene pagine più sommesse e riflessive, ballate rarefatte come Growing Seasons, lo spleen di un piccolo Slow Waltz, la fascinazione antica della linea melodica di In The Valley, l’arrendevolezza del dialogo tra canto e tromba di Orchard e, per contro, la potenza della innocente coralità vocale della conclusiva Phoenix, con il Brooklyn Youth Chorus.

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Trick Star offre anche il tentativo più deciso di Annie Keating di compiacere le play list di Americana e musica roots, soprattutto europee. Piazzata proprio in apertura, You Bring The Sun è una svelta e irresistibile ballata, di quelle che oltre vent’anni fa fecero la fortuna di Mary Chapin Carpenter o, per una sola stagione, di Mary Karlzen. Un tocco di rassicurante piacevolezza in un album che gioca, con meditata spontaneità, con timbri e colori di una scrittura folk rock d’autore.

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