Allen Ginsberg – The Last Word On First Blues (Omnivore Recordings, 2016)

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Oh, don’t sing Allen” l’aveva pregato, senza mezzi termini, Marianne Faithfull. No, Allen Ginsberg non era un cantante, pur possedendo una discreta intonazione ed un diligente senso del tempo. Ma che importa. Quando registrò queste canzoni, in un arco temporale di quindici anni tra il 1971 e il 1986, Ginsberg era tra i poeti americani l’unico ad aver sperimentato sulla propria carne, e proprio con il suo primo poema, Howl, pubblicato dalla City Lights Books di Ferlinghetti, la popolarità messianica di una rock star ante litteram. Un poeta beat rigoroso e profondamente intellettuale trasformato da una sentenza illuminista, era il 1957, in profeta anarchico, autore di best seller.

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Un poeta che, al pari di Kerouac, Corso, lo stesso Ferlinghetti, impattò la formazione intellettuale di un giovane Bob Dylan, che trent’anni più tardi, nel 1985, ricordava come “la scena Beat, i bohemien, il Be Bop, tutto era legato assieme…ed ebbe su di me lo stesso grande impatto di Elvis Presley”. Ginsberg e Dylan si conobbero nel 1963, il poeta affascinato dalla statura dell’allora profeta della folk music, il musicista reverente nei confronti di chi aveva plasmato la lingua americana volgendone la scrittura nell’improvvisazione spontanea e piegandone la lettura secondo canoni jazzistici.

Nel 1971, complice il produttore John Hammond, Ginsberg e Dylan si incontrano finalmente in uno studio di registrazione. Con loro, il musicista David Amram, già collaboratore di Kerouac, il chitarrista folk Happy Traum, la poetessa Anne Waldman, ed un giovanissimo violoncellista d’avanguardia Arthur Russell. Il risultato di queste session, integrato da alcune successive registrazioni del 1976 e del 1981, vedrà la luce solo nel 1983 nel doppio album First Blues, pubblicato da John Hammond, dopo essere stato rifiutato dalla Columbia per i suoi contenuti ritenuti osceni.

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The Last Word On First Blues contiene l’intero First Blues più un terzo disco di inediti e live dai tratti decisamente più sperimentali, registrati tra il 1971 e il 1984 con diverse formazioni nelle quali compaiono anche il più assiduo collaboratore del poeta, il chitarrista Steven Taylor, David Mansfield dalla Rolling Thunder Revue di Dylan, il poeta e compagno di Ginsberg Peter Orlovsky e, in un improbabile cameo al kazoo, Don Cherry.

Una raccolta di poemi visionari, di corrosive invettive politiche, di inni contro la guerra in Vietnam e il potere oscuro della CIA, di surreali pamphlet gay, declinati nel folk, nel blues, nel ragtime, nel calypso, nel country yodel, nel rock and roll. Dove i musicisti provvedono ad una impeccabile sintassi stilistica perturbata da sketch musicali dissacranti, che non è solo cornice, ma elemento costitutivo e metronomo della declamazione di Ginsberg. Lui canta, salmodia e recita, ambiguandosi in un gioco di specchi, tutto intellettuale, tra il poeta e il cantante, non assumendo mai del tutto alcuna delle due sembianze.

Aliene ai tempi di Nixon e di Reagan più per motivi politici e sociali, la cui attualità peraltro non è stata scalfita dalla storia, oggi queste poesie in forma di canzone sono quanto di più lontano si possa immaginare di infilare nella playlist di un device. Basterebbe questo per farne un must.

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