Guy Clark, 1941 – 2016

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Mi pare fosse l’Hilton, o l’Omni, in quei giorni quartier generale del South By Southwest, a Austin, Texas. La suite era in penombra, impregnata di tabacco, le tende quasi del tutto accostate. Nel secchiello del ghiaccio, una bottiglia di vino capovolta. Guy Clark era seduto di fronte a me, su una delle due poltroncine del salotto, i lunghi capelli bianchi appena riavviati sulla fronte, una sigaretta tra le dita. Mi sembrò, allora, visibilmente stanco, malinconico. Fu una lunga intervista quella che mi concesse, oltre una quindicina di anni fa. Più di due ore, una buona metà delle quali spese per riflettere sulle risposte e soppesare le parole. E più di esse, furono le pause, i silenzi, gli sguardi, ad aprire piccole finestre sulla sua anima. Un’anima antica, quasi fuori posto nell’euforia collettiva di quei giorni di musica, business, pubbliche relazioni. Così come le sue canzoni, Guy Clark mi apparve allora un elegante austero artigiano, un fragile sopravissuto all’era digitale. Quando lo lasciai, nei suoi occhi brillava una lacrima. Gli avevo chiesto un ricordo di Townes Van Zant, scomparso già da qualche anno.

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