Dirk Hamilton – Touch And Go (Acoustic Rock Records, 2016)

Touch

Dirk Hamilton conosce bene la città degli angeli e tutti i diavoli che abitano il music biz californiano. Da quella città si era allontanato, quasi quarant’anni fa, imboccando quel viale dei sogni infranti che tanti altri, prima (e dopo) di lui ben conoscevano. Nella sacca da viaggio quattro album, due su ABC e due su Elektra, tanto belli quanto inascoltati. E una profonda, annientante, disillusione.

Dirk-Hamilton

Oggi, a 67 anni e con un paio di rinascite artistiche alle spalle, ci è tornato per registrare, in uno studio di Hollywood, le tredici canzoni, undici nuove e due rinnovate, di Touch And Go. Un ritorno fiero, come gli squilli di armonica che introducono la prima traccia dell’album, una arrembante Gladiola, la cui gestazione in studio ha orientato la produzione dell’intero lavoro.

Inaspettatamente, per uno come lui, Hamilton ha affidato le sue tredici canzoni, registrate come da abitudine dal vivo in studio con il triangolo voce-chitarra-armonica, alla post produzione di Rob Laufer, lui stesso cantautore e chitarrista losangelino. E il risultato è il disco migliore di Dirk Hamilton da oltre due decenni. Lavorando sulle dinamiche di una scrittura intimamente rock e assecondando la centralità delle interpretazioni di Hamilton, cui il tempo ha regalato i colori e le profondità di un bluesman, Laufer ha costruito un tappeto organico di basso e batteria, chitarre elettriche, tastiere, doppie voci, violoncello, al completo servizio delle canzoni che, in questo modo, ne guadagnano in struttura e registri espressivi.

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Anche quando si tratta di canzoni già edite, come la (qui finalmente) splendida Build A Submarine (era su Too Tired To Sleep, 1990) che non solo non perde nulla dell’urgenza della versione live originaria, ma acquista nuove tensioni e verità proprio nei crescendo strumentali e, soprattutto, nelle semplici linee di chitarra, che interagiscono con il canto e l’armonica. Una tessitura sapiente che ricorda quelle che John Platania offriva a Van Morrison. E il gioco delle coppie non è scelto a caso.

Hamilton

Gli arrangiamenti di Laufer fanno emergere le tante sfumature della ricchezza di una scrittura fresca, convincente nel folk rock anni Sessanta di A Stepper Like You, come nel rock operaio di Cheers To The Heart o in quello brit oriented di Not Free To Me, come, ancora, nello slang texano di Mister Moreno, queste ultime potenti protest song.

Una scrittura colta, ma questa non è certo una scoperta di oggi. La novità, invece, è che Dirk Hamilton ha (ri)trovato qui la dimensione sonora, il cordone ombelicale elettrico per le sue canzoni, oggi come allora in equilibrio dinamico tra storytelling e poesia del quotidiano.

 

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