Peter Wolf – A Cure For Loneliness (Concord, 2016)

Cure

You can lay down and die, you can live and count the tears you cry, but baby that’s not me, there’s big wild world I was born to see, and I’m rollin’ on, leave hard times back behind me. Sono i primi versi di Rolling On, brano che apre questo ottavo lavoro solista, in 32 anni, di Peter Wolf, cantante e frontman della più famosa bar band d’America, la J. Geils Band. E che sintetizza, con poche note scandite da un pianoforte la cura per la solitudine di Wolf, tanto semplice a dirsi quanto difficile da praticare per davvero.

©joe greene 2015

©joe greene 2015

E’ il rock vissuto e cantato a settant’anni, che Peter Wolf cancella con una dozzina di canzoni che girano con rilassata sapienza tra country, soul bianco, blues e roots rock, ognuna di esse sospinta da un canto che cambia ogni volta, mantenendo sempre una freschezza faustiana.

Senza malinconie, anche quando lo sguardo è retrospettivo, come nella carezzevole Fun For A While, ballata country che danza sulle sponde del Rio Grande, e con la consapevolezza di una vita ancora da scoprire, alla ricerca di una Piece Of Mind che abita qui luoghi già cari a Van Morrison.

Un album, sostiene Wolf, non è tale se non possiede una articolata varietà di colori e stili, e A Cure For Loneliness non fa eccezione. Scelte con cura e interpretate con sensibilità da una band di eccellenti veterani, tra i quali i chitarristi Duke Levine, Kevin Barry e Larry Campbell, Wolf pesca tra cover poco note, brani del suo passato, con o senza la J.Geils Band, e originali.

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Tra le prime, It Was Always So Easy (To Find An Unhappy Woman), qui in una versione che va dritta al cuore delle radici country e Tragedy, una ballata anni Sessanta della quale ne viene conservato il sapore, mentre dal repertorio della J.Geils Band una divertita e divertente versione grass di Love Stinks, registrata dal vivo come la superba rilettura di Wastin’ Time che, trascorsi vent’anni (era su Long Line) diviene oggi una mercuriale ballata tra Dylan e gli Stones.

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E’ uno dei vertici dell’album, assieme alla ballata soul It’s Raining, scritta a quattro mani con Don Covay per Bobby Womack, e ai 90 secondi, per sola voce e chitarra, di Stranger, una ballata country del 1965, già nel repertorio di Lefty Frizzell.

Semplice ed essenziale, la conclusione perfetta per un album che mantiene, dall’inizio alla fine, ciò che promette nel titolo.

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