This is (not) the end

GC

La morte non è straniera al rock, lo frequenta sin da quando era bambino. Il giorno in cui morì la musica, il 3 febbraio 1959, si portò via i 17 anni di Ritchie Valens, i 22 di Buddy Holly, i 29 di J.P.Richardson jr, in arte The Big Bopper. Il pretesto fu un incidente aereo come quello che uccise Patsy Cline, il 5 marzo 1963, cristallizzandone la voce ai 30 anni, e poi Otis Redding, Jim Croce, i Lynryd Skynyrd, Stevie Ray Vaughn.

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La morte ha corso veloce anche a terra, salendo da subito sulle auto e sulle moto di rock star in ascesa come Eddie Cochran, 21 anni, Duane Allman, 24 anni, Marc Bolan, 29 anni, e nelle vene di grandi sacerdoti come Brian Jones, fondatore del club del 27, cui aderirono in fretta Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, seguiti nel tempo da decine di altri.

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Possiamo fermarci qui, alle prime pagine del libro dei morti del rock. Sono sufficienti, pur nella cruda elencazione di semplici dati numerici, età e anno di morte. Scorrendole, almeno sino al nuovo secolo, troviamo soprattutto anime belle le cui vite si sono interrotte anzitempo. Qui ci sono i santi e i martiri del rock, quelli che sono diventati icone merceologiche. Qui la morte ha giocato sporco, rubandosi cuori e cervelli ancora in divenire. Ma ha giocato facile, accogliendo le sfide lanciate da chi si credeva immortale.

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Ecco, la storia del rock prima dei suoi cinquant’anni è (anche) quella di un’arte giovane e imprudente, sconsiderata e visionaria, che ha lasciato sul campo i più temerari, costruendo sulle loro tombe la propria mitologia. E se il passaggio dall’adolescenza alla maturità è costato la perdita dell’innocenza e ha avviato un processo di inevitabile riflessione sulla propria natura, quella più intima, e sul proprio fare artistico, è solo oggi, che di anni il rock ne ha già messi in fila una settantina, che assistiamo a qualcosa di assolutamente nuovo e, per certi versi, inimmaginabile per un universo il cui immaginario è sempre stato, per convenzione culturale e strategie di mercato, l’eterna giovinezza.

E non parlo delle rughe di Keith Richards e Mick Jagger o della sempre più statica profondità del quasi canto di Leonard Cohen. E nemmeno delle morti che, con implacabile periodicità, hanno trasformato le cronache musicali in coccodrillari, e che pure stanno all’origine di questa piccola riflessione. Ciò di cui parlo è la nascita, biologicamente inevitabile, ma non per questo artisticamente scontata, di un nuovo linguaggio rock, che ne attraversa e orienta le diverse componenti, da quelle liriche a quelle d’immagine per arrivare, finalmente, alla musica.

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Un rock senile scritto, suonato e cantato da artisti ultrasettantenni che nel fare i conti con il passato, nel negarlo o nell’ignorarlo, scommettono sul proprio futuro anche quando, come David Bowie in sanno che stanno intonando l’ultima canzone.

Solo per restare alla cronaca discografica più recente, Graham Nash, il cui This Path Tonight è tutto proteso verso una nuova ipotesi di futuro, Peter Wolf, che rifiuta esplicitamente la morte nell’apertura del suo faustiano A Cure For Loneliness, il ritorno impossibile a Woodstock di Carlos Santana, che in Santana IV ha riunito ciò che resta della formazione originale. E Dylan, ormai da tempo e al solito per primo, stressando la propria evidente anzianità vocale e tagliandosi addosso canzoni più vecchie di lui stesso, e con lui Leonard Cohen, David Gilmour, Loretta Lynn, il cui futuro pare essere nella rielaborazione del passato, personale e pubblico. O, al contrario, Keith Emerson al quale il proprio futuro non piaceva per nulla.

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Che scommettano o che facciano saltare il banco, stanno tutti cambiando le regole del gioco, che non potrà mai più, per chi comincia ora e per chi si trova a metà partita, essere lo stesso.

Nemmeno il rock è mai stato straniero alla morte. L’ha irrisa, accarezzata, ci ha flirtato sino ad abbracciarla. Unica amica e musa, destino maledetto di vite bruciate nella corsia di sorpasso, sfida impossibile ma irresistibile. Quando il rock era bambino i caduti erano eroi. Oggi, per i sopravissuti è tempo di bilanci, artistici e personali. E la conta dei morti, solo l’ultima disillusione. Non definitiva, tuttavia. I confini terreni non riguardano l’arte e i sopravissuti del rock ora l’hanno capito. Fino in fondo, nella propria carne.

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