Ben Harper & The Innocent Criminals – Call It What It Is (Stax, 2016)

BH

L’ultima volta che Ben Harper e The Innocent Criminals si erano incontrati in uno studio di registrazione era il 2007 e l’album era Lifeline. Tra allora e oggi Harper ha provato a cambiare pelle un paio di volte, registrando progetti rock ad ampio spettro con i Relentless7 e in autonomia, e rinnovando le sue radici afroamericane con Charlie Musslewhite prima e con sua madre poi, Ellen Harper, musicista lei stessa e direttore del Folk Music Center and Museum a Claremont.

Per Call It What It Is, suo secondo titolo per lo storico marchio Stax, Harper ritorna a quella che, da vent’anni circa, è la sua dimensione collettiva più ricorrente, e confortevole.

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E lo fa nel solo modo che la sua irrequieta personalità artistica può praticare, attraverso una multidimensionalità stilistica che attraversa il bianco e il nero, d’Africa e d’America, applicata ad una scrittura schierata, esposizione schietta e diretta di un punto di vista indipendente, dove le (antiche) categorie del pubblico e del privato finiscono per diventare una cosa sola.

Dalla denuncia esplicita della title track, un blues senza luce scandito dai nomi di Trevon Martin, Ezel Ford, Michael Brown, vittime nere di poliziotti bianchi, alla luminosa innocenza di una canzoncina pop rock quasi irresistibile come Pink Baloon, nata da una idea melodica della moglie Jaclyn Matfus, Call It What It Is mette letteralmente in fila glam rock, reggae, soul, blues e ballate. Una policromia stilistica che non riesce tuttavia a cancellare una impressione di frammentarietà, frutto probabilmente anche dei tempi diradati di registrazione, disseminati discontinuamente lungo lo scorso anno.

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Una alternanza di registri espressivi più che di intensità narrativa, che oscilla tra l’apertura glam di When Sex Was Dirty, poco più di una affettuosa dedica ai compagni dell’adolescenza, e la pensosità di How Dark Is Gone, dove il contrasto tra il nervosismo della ricca tessitura ritmica e il rimpianto cui indulge la linea melodica scioglie la rabbia di una vita, non la prima e certamente non l’ultima, bruciata dal colore, quello sbagliato, della pelle. O tra il blues rarefatto e solitario di All That Has Grown, metafora amara sullo scorrere della vita, e l’inno profetico della ballata Dance Like Fire, tra il soul di protesta di Bones, e l’addio elegiaco, ma manieroso, della conclusiva Goodbye To You.

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