Matt Andersen – Honest Man (True North, 2016)

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Con 10 album alle spalle l’ultimo dei quali Weightless timbrato da un Juno Award, l’equivalente canadese del Grammy, nella sezione Roots, e 14 anni di concerti tra Nord America, Australia ed Europa, per Matt Andersen sembra arrivato il momento di provarci per davvero. Questo, almeno, sembra suggerire l’ascolto di Honest Man, lavoro ambizioso sin dalla sua gestazione e produzione. Un lavoro che, diversamente dal precedente, prova ad allargare lo spettro espressivo al di là del puro songwriting, ricercando sonorità più adulte all’incrocio tra soul bianco e nero, pur con qualche concessione al rock e al country.

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Non a caso, infatti, la produzione è affidata a Commissioner Gordon, veterano del mainstream soul, con qualche Grammy nella vetrina dei trofei e collaborazioni con artiste come Mary J.Blige, Alicia Keys, Amy Winehouse. E sempre non a caso, la scrittura di tutte e 10 le canzoni dell’album vede Andersen affiancato da altrettanti coautori. Se gli intenti sembrano ben pianificati e più che manifesti, gli esiti, tuttavia, lasciano spazio a qualche rimpianto.

L’esuberante sensibilità di Matt Andersen, dotato di una vocalità ricca e potente sembra, infatti, soffocata da scelte di spartito prevedibilmente rassicuranti e da una produzione sin troppo manieristica che finisce per appiattire la ricchezza di voci strumentali, forse affaticata dal dover ricondurre ad unità un lavoro nato in 8 diversi studi di registrazione tra Stati Uniti e Giamaica.

Matt-Andersen_by-MeghanTanseyWhitton

Brani come il country beach dell’apertura di Break Away, più affine ad un arrampicatore di classifiche come Kenny Chesney, il funk ingentilito della title track o il soul patinato di All The Way, vanno oltre la generica piacevolezza solo per le non comuni qualità vocali di Andersen, che riescono a sparigliare l’imperturbabile impeccabilità dei sidemen.

Ciò che avrebbe potuto essere, invece, si può leggere in controluce laddove Andersen, diradata la cortina di inappuntabile inconsistenza strumentale, riporta le canzoni più vicino alla loro intima verità. Come nella ballata I’m Giving In, scandita da un pianoforte minimalista che lascia tutto lo spazio al respiro del canto, ispirato e drammatico, nella conclusiva One Good Song, che ripercorre idealmente quelle strade di Memphis già cantate, con la stessa profondità, da Marc Cohn, e nel folk soffice di una piccola cosa graziosa come Quiet Company.

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