Bob Mould – Patch The Sky (Merge Records, 2016)

Patch

Bob Mould, cinquantasei anni, tra gli architetti dell’alternative rock degli anni Ottanta, è un uomo da album. Un artista da vinile, quaranta minuti su due lati, una decina di canzoni o poco più. Patch The Sky ne infila dodici, concise, essenziali, sparate dritte in faccia da amplificatori sull’orlo del collasso, veloci e dense, un viaggio di appena quarantun minuti nei demoni del suo autore. In due capitoli, il primo lato caratterizzato da una scrittura più scorrevole, suoni e melodie di immediata fascinazione, il secondo più oscuro, potente e drammatico. Un classico, insomma.

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A partire dalla formula, la stessa delle sue precedenti incarnazioni, Husker Du e Sugar. Un trio, anzi, un power trio con il basso di Jason Narducy e la batteria di Jon Wurster, la stessa band dei due precedenti Silver Age e Beauty & Rain, a spingere in avanti la chitarra e la voce di Mould spesso costretta, per precisa scelta narrativa, a combattere con i volumi estremi del mix strumentale. E dalla sua costruzione, con le tracce ritmiche registrate assieme, tutti e tre nella stessa sala, a preservarne il vibe eccitante di selvaggia solidità.

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Canzoni che Mould ha scritto isolandosi dal mondo per sei mesi, una sospensione dal quotidiano per fare i conti con un periodo che lui stesso definisce di emozioni dolorose, alla ricerca della propria verità. Per restare vivo, salvare se stesso dalle proprie angosce più intime, ma in fondo universali, e andare avanti. “Le parole” scrive nelle note di presentazione di Patch The Sky “ti fanno ricordare. La musica ti fa dimenticare”.

 

Gioca a carte scoperte Mould. Sin dall’avvio di Voices In My Head, che detta il tema dell’intero lavoro, un album introverso nel quale l’autore prova a condividere le proprie voci interiori, anche quelle più terrorizzanti, dichiarandolo in modo forte e chiaro sopra al frastuono degli amplificatori, e che utilizza una progressione di accordi che ricorre poi lungo tutto l’album, il filo rosso che segna la ricerca di una verità sepolta nel caos rumoristico.

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Nella furia chitarristica di Hands Are Tied, poco più di duecento secondi di impura perfezione punk, nell’abisso metallico di Black Confetti, nell’esplosione di luce di Pray For Rain, manifesto della poetica di Bob Mould, da sempre alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra melodie brillanti e storie cupe. E che Patch The Sky fissa in modo esemplare.

 

 

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