West Of Eden – Look To The West (WM, 2016)

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Tra il 1870 e l’inizio della Prima Guerra Mondiale, oltre un milione di svedesi si unì al flusso di migranti che dall’Europa tentava la fortuna al di là dell’Atlantico. Un viaggio allora interminabile che, nella maggior parte dei casi, da Gothenburg conduceva al porto di Hull, nel Regno Unito, dal quale salpavano i transatlantici della Wilson Line, diretti a New York.

Un viaggio che i West Of Eden, gruppo folk svedese qui al suo nono album, ripercorrono oggi in Look To The West, raccontando con sensibilità e affetto le storie silenziose e umili di quei pionieri, in fuga dalla povertà e dalle carestie, tra ripensamenti e sogni. Per farlo si affidano non alla tradizione popolare svedese, peraltro a quanto pare non particolarmente prolifica di testimonianze, ma a dodici brani originali, frutto di una attenta ricerca storica, e ad un medley strumentale tratto per metà dal folclore irlandese.

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Look To The West è un album a tratti magnifico, brillante attualizzazione di temi e arie popolari celtiche, un album insieme potente e poetico, che ha nelle voci soliste dei due cantanti, Jenny e Martin Schaub, e nella ricchezza degli arrangiamenti elettrici ed acustici, le sue seduzioni più irresistibili. Nulla che non sia già stato tentato prima, ma l’ampiezza dei colori, la pienezza di certe soluzioni corali, il gioco affascinante di sovrapposizione di nuovo e antico, la varietà tematica che rifiuta le ruffianerie del pop folk contemporaneo, la sincera adesione ai caratteri che ne abitano le canzoni, fanno di Look To The West un lavoro prezioso.

Se a Martin Schaub sono affidati gli episodi più dinamici, come il trascinante combat folk di Wilson Line o la drammatica sequenza, squarciata da una chitarra elettrica psichedelica, di The List, è alle nuance del canto limpido e sottile di Jenny Schaub che sono legate le pagine più intime ed emotivamente controverse. I dubbi e le speranze d’inizio viaggio, nella apertura di Going To Hull, l’appartenenza alla propria terra che echeggia nella delicata passione di Oh, I Miss My Home e Sweet Old Country e gonfia di nostalgia la fragile melodia folk della conclusiva The Final Cut. Sino all’arrivo a Ellis Island, dopo venti giorni di lotta con la sopravvivenza, alle malattie e all’oceano, cantato a due voci nella title track.

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E se le storie sono quelle di donne e uomini condannati al viaggio, anche le musiche che le animano, sotto la superficie della narrazione popolare, restituiscono i toni e i colori di un procedere inquieto e incontrollato. Risacche di chitarre elettriche, bordoni di sonorità ambientali, scoppi di ottoni, un tappeto sommesso ma continuo, che riconduce le ballate terrestri di plettri e violini nell’abbraccio imperscrutabile delle onde marine. Sino alla prima sponda, altrettanto impenetrabile quanto il buio dell’oceano. E altrettanto pericolosa.

Un’ultima annotazione non può non riguardare la straordinaria attualità politica di questo lavoro, e non solo per il governo svedese.

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