Jeff Buckley – You And I (Legacy Recordings, 2016)

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Quando Bob Dylan pubblica Just Like A Woman, sigillandola all’interno di Blonde On Blonde, sta vivendo la sua stagione più furibonda e creativa. Ha appena compiuto la sua ultima e definitiva mutazione, trasformandosi in una creatura che il mondo non aveva mai conosciuto prima, il songwriter. E’ il 16 maggio 1966, Dylan ha appena 25 anni e Jeff Buckley è già nel grembo della madre.

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Quando Jeff Buckley registra la sua Just Like A Woman, che apre questa raccolta di demo, la sua prima volta negli studi della Columbia, è l’inverno del 1993 e ha quasi la stessa età che Dylan aveva nel 1966. Entrambi sono arrivati a New York inseguendo fantasmi, Dylan quello di Woody Guthrie, Buckley quello del padre. Dylan ci ha messo cinque anni per fare terra bruciata attorno ai suoi maestri del Village e diventare una rock star. Buckley, a New York da un paio d’anni, è riuscito a strappare il contratto della vita salendo sulle spalle di Gary Lucas e della comunità hip della Knitting Factory.

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Certo sono solo coincidenze, o forse nemmeno, un tentativo narrativo di mettere ordine, a giochi fatti, nel caos (apparente) nel quale si agitano le vite dei santi del rock. Ma da qualche parte, dentro alla Just Like A Woman che Buckley fissa per la prima volta su nastro dopo averla cantata decine di volte per gli avventori selezionati del Sin-è, ci sono, perdutamente avviluppati nel profondo, ambizione e smarrimento, arroganza e fragilità, sogno e determinazione. La materia, densa e inestricabile, il sangue e l’anima, di cui sono fatte le rock star. Come Dylan prima di lui, Buckley ruba la canzone al suo autore, la possiede, ne ridisegna le curve melodiche, ne piega la metrica agli scarti imprevedibili di una vocalità impaziente e visionaria. Di fatto, la riscrive su di sé. Senza alcuna reverenza, se non per la canzone stessa, ridotta tuttavia a mero veicolo del proprio io artistico. In quella Just Like A Woman, medium e messaggio si fondono e si confondono nel profilo esile e spavaldo dell’interprete.

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E’ un ritratto dell’artista da cucciolo. Guidato dall’istinto infallibile del cucciolo, Jeff Buckley si è costruito la chance che aveva sempre inseguito. Ora, nella solitudine della sala di registrazione, sa che deve giocarsela e diventare l’adulto che chi ha scommesso su di lui ha già immaginato. Ma quell’adulto ancora non c’è. E allora, come al Sin-è, quando cercava di attrarre su di sé quei riflettori che i Gods & Monsters di Lucas sembravano negargli, mette in scena le sue diverse e confuse personalità artistiche, quelle intime e quelle supposte. Rock, pop, blues, funk, un frullatore impazzito che mescola Bukka White, The Smiths, Louis Jordan, Sly Stone, Bob Dylan, Led Zeppelin. Buckley canta sè stesso e ciò che si vorrebbe diventasse, con le parole degli altri, perchè le sue, soprattutto in quei giorni, non sapevano dire.

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Ciò che esce da questa manciata di cover, da questo caos tematico e stilistico, è il cucciolo di artista con la sua straordinaria sfrontatezza, che lo porta a fingersi un bluesman di cent’anni o una languida pop star. Ma anche, alla fine, a confondersi, in un gioco impossibile di frantumazione, nella rifrazione dissociata di un’io artistico impaurito, in divenire, ma ancora indefinibile. Anche quando mette su nastro Grace, canzone in parte sua, sospesa nel mezzo tra le intenzioni rumoristiche del co-autore Gary Lucas, cui si deve la partitura musicale, e il tormentato respiro melodico che ne caratterizzerà poi la sua formalizzazione definitiva. E soprattutto quando riesce solo a raccontare, abbozzandone la chitarra e descrivendone il soggetto, l’unica sua composizione, Dream Of You And I, peraltro emozionante documento di genesi autorale.

Alla fine, tuttavia, You And I rimane una raccolta di registrazioni dimostrative, alcune bellissime (I Know It’s Over, Just Like A Woman, Don’t Let The Sun Catch You Cryin’, la stessa Grace) altre meno. Il tragico destino di Jeff Buckley le ha promosse oggi a dignità di pubblicazione. Ed è tutto ciò che ci resta di un cucciolo di artista.

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