God Don’t Never Change – The Songs Of Blind Willie Johnson (Alligator/IRD 2016)

God Never Change

Per tutta la sua vita, Blind Willie Johnson non ha mai avuto una chiesa. E quando, alla fine, ne ha trovata una, ci è morto. Per tutta la vita la sua chiesa cambiava di giorno in giorno, dove e quando gli si offriva la possibilità di predicare. Anche nelle dance hall, nelle stazioni dei treni, agli angoli delle main street del sud degli States.

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Blind Willie Johnson, nato alla fine dell’800 con gli occhi perfettamente funzionanti e accecato accidentalmente a 13 anni per mano della propria madre, e morto a neanche 50 anni nei resti della sua chiesa andata in fiamme, era un predicatore itinerante. Per indicare la via alla salvezza eterna, unico sollievo all’inferno in terra dei neri, aveva la sua voce, un timbro tenorile che faceva paura quando ne scavava il fondo, e una chitarra scassata, che torturava con un coltello da tasca, ricavandone piccole tempeste rugginose. Il suo gospel blues era l’antidoto al blues diabolico di Robert Johnson.

Inni religiosi, spiritual e canzoni gospel, costituiscono la maggior parte delle 29 canzoni da lui registrate per la Columbia tra il 1927 e il 1930, tra le quali spiccano tuttavia brani originali divenuti poi patrimonio della cultura blues e rock, come Nobody’s Fault But Mine, ripresa quarant’anni fa dai Led Zeppelin e Motherless Children (Mother’s Children Have A Hard Time) che Eric Clapton registrò due anni prima.

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God Don’t Never Change è il primo tributo dedicato a Blind Willie Johnson, ad oltre settanta anni dalla morte, e vede solo musicisti bianchi di estrazione rock e pop, con l’unica eccezione dei monumentali Blind Boys Of Alabama, la cui rilettura di Mother’s Children Have A Hard Time costituisce il trait d’union tra la originaria spiritualità di strada di Johnson e la sua rielaborazione culturale, che, diversamente esposta, abita le tracce migliori di questa opera collettiva. A partire dalla fine, la spettrale interpretazione di Dark Was The Night-Cold Was The Ground di Rickie Lee Jones, un funerale cantato cinque metri sotto terra.

E prima di lei sono ancora tre donne a ritrovare, nelle canzoni e nelle rispettive profondità spirituali, la verità che ha guidato la faticosa predicazione di Johnson. Sono Margo Timmins, che con i suoi Cowboy Junkies guida una turbolenta e rumoristica Jesus Is Coming Soon aperta proprio dalla voce e dalla chitarra di Johnson, Sinead O’ Connor, che di inferno in terra ne ha frequentato parecchio, nella irresistibile avanzata della fede di Trouble Soon Be Over e Lucinda Williams, impegnata in due episodi, la title track, che apre a cappella lasciando poi alla chitarra di Doug Pettibone il compito di farla a pezzi, e Nobody’s Fault But Mine.

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Tom Waits, assieme a Lucinda Williams unico ad offrire due interpretazioni (The Soul Of A Man e, soprattutto una magmatica e luciferina John The Revelator), la coppia Susan Tedeschi e Derek Trucks, Luther Dickinson e Maria McKee, completano questo tributo, decisamente non rituale.

 

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