Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20 (Highway 20 Records, 2016)

the-ghosts-of-highway-20

Poco più di un anno separa questo nuovo lavoro di Lucinda Williams dal precedente, Down Where The Spirit Meets The Bone e, come allora, si tratta di un doppio album. Non sono mere coincidenze casuali. Al di là del pretesto narrativo, in questo caso tanto esplicito fin dal titolo quanto squisitamente letterario e poco più, la contiguità sonica tra i due lavori è evidente sin dai primi minuti di Dust, brano di apertura e tra i più compiuti dell’album.

Come già avveniva in Down Where The Spirit Meets The Bone le canzoni, solo 14 in tutto, hanno una doppia costruzione, narrativa e strumentale, entrambe di pari dignità tanto nella esposizione del racconto, quanto nello svolgimento del tema musicale e nella sua evoluzione e dissoluzione sonora. Alle chitarre, prevalentemente, Williams affida ciò che le parole non riescono a dire ed anche ciò che il loro faticoso raccontarsi, suscita.

lucinda

L’indicibile trova anche qui una sua costituzione formale, nel dialogo intrecciato delle chitarre sapienti di Bill Frisell e Greg Leisz (coproduttore dell’album con Lucinda Williams e il marito Tom Overby), che dilatano la partitura emotiva delle canzoni. E’ un gioco suadente che vive soprattutto di pause e di sfumature, spesso lontano dai codici espressivi del rock, un rimbalzare di risonanze e di note prolungate, echi impressionistici di archetipi blues e folklorici.

Ma ciò che le parole suscitano e, soprattutto, ciò che dicono, è un sentimento di diffusa dolorosa impotenza, una malmostosa incapacità al confronto e alla accettazione più intima del limite terreno, della finitezza e della fallibilità dell’umanità. Ed è proprio il canto di Lucinda Williams, nel suo procedere attonito e indifeso, ruminato con fatica anche quando si frantuma nel sussurro, a dettare lo spleen di The Ghosts Of Highway 20. Che non ti lascia nemmeno nelle 2 cover, di per sé impeccabili ma disorganiche al complesso dell’album, da Woody Guthrie (House Of Earth, la più convincente) e da Bruce Springsteen (Factory, solo diligente).

L

Il limite di The Ghosts Of Highway 20 sta nell’averlo oltrepassato, nel non averne saputo accettare, da parte della sua creatrice, l’inevitabile naturale finitezza. Ciò che restituisce è la necessità ridondante di Lucinda Williams di dare forma ad un disagio che, comunque, proprio nella reiterazione dei toni e dei colori si percepisce più vasto e profondo di come viene qui rappresentato. Ciò che manca a questo album, che ne marca la distanza tra una raccolta di buone canzoni e un lavoro unitario e coeso è il dono, magico, dell’essenzialità, la sublimazione della sintesi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...