Emitt Rhodes – Rainbow Ends (Omnivore Recordings, 2016)

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C’è stato un tempo in cui qualcuno scriveva che Emitt Rhodes non esisteva, ma era lo pseudonimo del vero Paul McCartney, che aveva abbandonato i Beatles lasciando al suo posto uno che lo impersonava. Scandalismo pseudo giornalistico, certo, ma fondato sulla convinzione, condivisa da tutta la stampa, che il migliore McCartney lo si trovasse allora nell’album d’esordio di un ventenne californiano, Emitt Rhodes appunto.

Era il 1970 e quell’album bellissimo che recava solo il suo nome, Rhodes l’aveva scritto e registrato tutto da solo, conquistando critica e pubblico e arrivando nei primi 30 di Billboard. Ora aveva in tasca un contratto discografico con la ABC/Dunhill, la brezza dell’Oceano che gli scompigliava i capelli non era stata mai così dolce, e Hawthorne, California, mai così vicina al Paradiso. Nulla poteva andare storto. Ma non fu così.

Emitt AlbumCon i 5 mila dollari ricevuti in cambio dell’album, Emitt riempì il suo studio di nuovi registratori, microfoni e di un piano a coda. Si trasferì nel garage di casa, l’unico ambiente nel quale riuscì a farci stare tutto, realizzando così con le proprie mani la sua prigione. Lì dentro Emitt avrebbe trascorso i tre anni successivi, condannato dal contratto a consegnare un album ogni sei mesi.

Riuscirà a finirne solo altri 2, Mirror e Farewell To Paradise, un po’meno brillanti e levigati rispetto al debutto, non sufficienti ad evitargli di essere citato dalla ABC per un debito di 250 mila dollari. “Smisi di registrare. Smisi di scrivere perché mi ero bruciato”. Era il 1973, aveva 23 anni. La sua carriera si era conclusa. Ma, ancora una volta, non è stato così, non per sempre almeno.

Emitt_Rhodes_1Rainbow Ends riempie infatti quel silenzio, lungo 43 anni, nel quale Rhodes si era rifugiato lavorando alla musica degli altri come produttore e ingegnere del suono, e tenendo per sé i nastri delle proprie canzoni che, comunque, continuava a scrivere e registrare. E per la prima volta accetta di farsi produrre (da Chris Price, co-responsabile anche del ritorno, due anni fa, di Linda Perhacs) e di lasciare le tante voci strumentali e le armonie vocali, nelle mani di un cospicuo gruppo di eccellenti partner. I Jellyfish Roger Joseph Manning Jr e Jason Falkner, il batterista dei New Pornographer Joe Seiders, il multi strumentista e produttore Fernando Perdomo, membri della band di Brian Wilson e dei Wilco, Aimee Mann e la Bangles Susanna Hoffs. Per sé qualche chitarra e un po’ di pianoforte e, soprattutto il canto. Perché dare voce a queste canzoni orfane è già di per sé una sfida.

Ecco, proprio la voce è la prima cosa che colpisce di Rainbow Ends. Non più simbiotica con quella di McCartney, ma nemmeno invecchiata. Semmai sapiente, significante oltre l’immediata superficie musicale e verbale. Una voce che ha vissuto ogni parola di quelle canzoni prima ancora di averle incarnate, che ha assorbito nel profondo tutte le nuance di quelle melodie. E che restituisce le une e le altre facendosi, di volta in volta, sottile o pensosa, beffarda o rammaricata, ma sempre dall’alto di un distacco che trae la propria forza dall’aver annusato il profumo delle stelle e dall’essersi ritrovato poi sommerso dalla loro polvere.

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Di Mc Cartney tornano qui suoni e riff delle chitarre, ma ciò che si respira lungo tutte le undici tracce dell’album è puro pop californiano, un distillato di ritmi e ambientazioni melodiche che attraversano gli ultimi tre decenni del secolo scorso, da Boz Scaggs a Jimmy Webb, da Brian Wilson a Donald Fagen.

In Rainbow Ends Emitt Rhodes canta il silenzio che ha avvolto la sua musica per quarant’anni, canzoni mute registrate e impacchettate una per una in buste di carta, ritmi e melodie che non hanno mai smesso di evolversi, pur nella loro forzata immobilità. Canta di abbandoni, tradimenti, disillusioni, e di speranza. Always chasing rainbow ends/Head up in the clouds/Thought my dreams would never end/But my eyes, they’re open now.

Perchè per uno come lui, che ha rinchiuso la vita intera nelle proprie canzoni, ciò che resta alla fine dell’arcobaleno è la possibilità di condividerle.

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