David Bowie – ★ (RCA, 2016)

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(Im)prevedibile Bowie. Nemmeno alla soglia dei 70 anni (ne ha compiuti 69 proprio il giorno in cui è stato pubblicato ★, leggasi Blackstar, l’8 gennaio), nemmeno all’indomani del suo ritorno, a due anni da quel The Next Day che per molti suonava, invece, come l’ultimo dei suoi giorni possibili. Nemmeno oggi Bowie si accontenta, come fanno tanti suoi coetanei che da tempo hanno scelto di non mettersi più in gioco.

Come Lazarus, del quale canta nella terza composizione (chiamarle canzoni, queste, è davvero una deminutio), Bowie non ha certamente nulla da perdere, nè ha necessità di compiacere altri se non sé stesso. E come il protagonista (lui stesso?) dell’ultima traccia, I Cant’ Give Everything Away, non vuole regalare nulla.

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Lasciando che siano il produttore, Tony Visconti, e il sassofonista, Donny McCaslin, a disseminare bussole smagnetizzate ad uso dei media, per tentare di dare un profilo tematico (“ascoltavamo Kendrick Lamar….ci piaceva la sua apertura mentale… l’obiettivo, per svariate ragioni, era evitare il rock and roll”) e lirico (“mi disse che la title track si riferiva all’ISIS”) a queste sette stanze musicali, lui, Bowie, parte invece dalle sue tante incarnazioni per reinventarsi nell’autunno della propria esistenza.

Mescolando passato e futuro, circondato da musicisti jazz capaci di suonare qualsiasi cosa dal rock elettronico al free jazz, all’hip-hop, Bowie consegna un album scuro, pieno di riferimenti musicali e letterari colti ed aristocratici, intimamente coerenti all’intero corpo delle sue passate sperimentazioni. A partire dai 10 minuti di Blackstar, due composizioni differenti riunite proprio durante la lavorazione del disco, una criptica suite jazzistica cui il canto conferisce una aliena qualità liturgica, spezzata da uno spiazzante break soul vintage, per rientrare poi nel mantra d’apertura. Cui fa seguito, con il respiro di Bowie a fare da fil rouge, lo slancio hip-hop irresistibile di Tis A Pity She Was A Whore, tagliato dalle raffiche del sassofono di McCaslin che inseguono e raggiungono note impossibili. Un brano futurista che, tanto per mescolare ulteriormente le carte, prende il titolo da un’opera teatrale inglese del 1600.

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Disturbante nella progressione rock jazz di Lazarus, scritta per il seguito teatrale del film L’uomo che cadde sulla terra, che lui stesso interpretò nel 1976, e nel drum’n’bass di Sue, fantasmatico nella metafisica elettronica tedesca di Girl Loves Me (il cui testo utilizza il Polari, slang dei gay inglesi di metà Novecento, e oscuri termini dal libro A Clockwork Orange dal quale Kubrick trasse Arancia Meccanica), solo nel finale d’album Bowie concede di sé tratti appena meno disorientanti. Nella ballata Dollar Days, scritta durante le session di registrazione dell’album, e nel pop elettronico, romantico e dolente, della conclusiva I Can’t Give Everything Away, che contiene l’unico solo di chitarra, splendido, di Ben Monder.

Ma nemmeno il finale di partita scioglie gli enigmi poetici e regala qualche confortevole rassicurazione musicale. Non bastasse la bellezza delle sette composizioni, anche in questo risiede la grandezza di ★.

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6 risposte a “David Bowie – ★ (RCA, 2016)

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