Lemmy, quindici anni fa a Londra

Che ne diresti se venissi a casa tua, svuotassi il tuo frigorifero e, prima di andarmene, mi facessi pure la tua donna? Non posso virgolettarlo, sono passati quindici anni da quell’intervista in un cinque stelle londinese, ma il senso era esattamente questo. Inquietante, anche se il contesto rendeva tutto surreale. Noi eravamo una ventina, da altrettante testate musicali europee. Tutte di settore, tranne quella che rappresentavo io. Un branco di metallari che svaligiavano il bar, e cercavano di sembrare più duri dei loro vent’anni. Età che, anche allora, avevo superato da un pezzo. Loro erano i Motorhead, erano in tre, ma uno solo contava davvero.

L’occasione erano i 25 anni della band, festeggiati con un album, We Are Motorhead, nel quale si divertivano anche a rifare il verso ai Sex Pistols. E se Phil Campbell, il chitarrista, e Mikkey Dee, il batterista, giocavano a fare i cazzoni puntando l’unica giornalista del mucchio, una ragazzetta spagnola tanto carina quanto paralizzata da una incontrollabile sindrome da fan, lui, Lemmy, faceva sul serio.

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Burbero e sornione, entrava e usciva dal suo personaggio senza quasi farsene accorgere, mettendo in scena per noi cronisti lo spettacolo di una rock star di 55 anni, sopravissuta con onore al punk e ai velocisti del metal che ne avevano seguito le tracce. E ad un campionario di scelte di vita che, allora, sembravano non aver prodotto alcun effetto se non quello di rafforzarne l’immagine, provocatoriamente eccessiva.

 

Le interviste erano collettive, a gruppi di cinque alla volta, poco più di una noiosa formalità. Sommerso da colleghi iperspecializzati che avevano a memoria il catalogo della band e che sembravano ben introdotti a tutti i rumours possibili e non, mi ritagliai una domandina di stretta attualità. Pochi giorni prima, infatti, i Metallica avevano intentato una causa giudiziaria nei confronti di Napster e di tre Università americane, tracciando oltre 300 mila persone che avevano scaricato la loro musica dalla rete. Lemmy mi guardò strano quando gli chiesi il suo punto di vista sulla diffusione digitale della musica. Si prese qualche secondo, mi fissò con il suo ghigno peggiore e minacciò di vuotarmi il frigo e tutto il resto. Non rise nessuno. Nemmeno io. Quando Lemmy faceva Lemmy, era meglio prenderlo sul serio. Lemmy era i Motorhead. Fine della storia.

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