Doug Prescott Band – Wasteland (Howlin’ At the Moon Music, 2015)

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Prima di infilare questo dischetto nel lettore, non avevo la più dannata pallida idea di chi fosse Doug Prescott e, con lui, la sua band. A dire il vero, non è che ora ne sappia molto di più, ma un paio di cose questo album me le ha fatte scoprire. La prima è che Prescott e i suoi compari sono vecchie lenze, musicisti con l’argento nei capelli e i calli nelle dita, gente abituata a farsi sentire sopra la caciara alcolica dei blues bar delle anytown d’America. La seconda è che Wasteland, il loro quinto titolo, è il disco di Americana più solido, eclettico e divertente tra quanti sono riuscito ad ascoltare in questo 2015.

La Wasteland nella quale abitano le canzoni di Prescott è vasta come la frontiera americana, un confine bastardo nel quale razze e linguaggi si confondono. E si rinnovano. Il paradigma dell’intera raccolta sta nelle due versioni della title track, poste in apertura e chiusura d’album. Una gotica ballata western dall’incedere quasi solenne, illuminata dai riflessi degli ottoni che inseguono il sogno americano di Morricone, nella versione che introduce l’album, trasformata poi, nella sua chiosa finale, in un mantra dalle sonorità indiane, nell’intreccio di chitarre, sitar, tablas e batteria. Il sogno del wild west calato nella multi etnicità del presente.

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In mezzo, dosando in parti eguali mestiere e ispirazione, Prescott disegna limpide ballate attingendo all’eredità di J.J.Cale (Boardwalk Of Broken Dreams), e sporca le corde della sua chitarra nel blues (I Need More Trouble Like That, Keeping The Demons At Bay), ma è nella miscela sudista di rock, country e western che trova la sua vera cifra distintiva. In ballate spettrali come Trail Of Tears, chiusa da una guizzante coda solista di chitarra, o carezzevoli come Savannah Wind, condotta dal dialogo tra chitarra e pianoforte, nel rock western di Wild Ones e nel tema strumentale di Riding, che riprende i toni morriconiani d’apertura.

Rassicurante e romantico, Prescott restituisce intatto, con sincera adesione emotiva e profondità di scrittura, l’immaginario di un luogo e di un tempo, rinnovandone, almeno per chi l’America la guarda da lontano, continuità ideali e culturali.

“Potrebbe essere finita in un batter d’occhio, tieni gli occhi aperti e goditi la corsa” (Wasteland).

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