Neil Young – Bluenote Cafè (Reprise, 2015)

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Tutta colpa di Mike Bloomfield, che anni prima aveva consigliato a Neil Young di buttarsi nel blues. Ecco, per chi si fosse dimenticato, nel continuo cambio di direzioni e di ispirazione che caratterizza tutta la vita artistica di Neil Young, del suo periodo blues e errebì, questo doppio CD e quadruplo LP ce lo ricorda più che eloquentemente.

Siamo nel 1987, Young mette assieme una nuova touring band, The Bluenotes, con vecchi amici e una inedita sezione di ottoni, se ne va un po’ in giro con un repertorio tutto nuovo e, nel 1988, fissa quell’esperienza nell’album This Note’s For You. Non un gran che, se vi foste dimenticato anche questo, anche se all’epoca stampa e fan salutarono l’album con entusiasmo, reduci com’erano (eravamo) dall’era del synclavier, gli album Re-ac-tor, Trans, Landing On Water, e dalla parentesi rockabilly di Everybody’s Rockin’. Tempo un anno, tuttavia, e Freedom rimise tutto al posto giusto.

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Bluenote Cafè, del quale si parlava da anni, undicesimo capitolo dagli archivi live di Neil Young, è la cronaca (live) di quell’avventura, prima e dopo la pubblicazione di This Note’s For You, ne contiene quasi l’intera scaletta, aumentata di inediti e di un solo brano dal suo repertorio, una epica rilettura di Tonight’s The Night che sfiora i venti minuti. Ma ciò che non funzionava allora nell’album in studio, non funziona meglio qui, nonostante Bluenote Cafè raccolga registrazioni da undici differenti concerti tra il 1987 e il 1988.

A cominciare dalla band, che suona come una blues revue da festival di provincia, fragorosa e abborracciata soprattutto negli ottoni, mentre gli altri, a partire da Neil Young, inseguono a fatica note blue spesso irraggiungibili. Più che a Jimmy Reed, per Young, allora, il più grande di tutti, i Bluenotes sono impantanati nel mainstream blues di quei giorni, una versione da bar della banda dei fratellini Jake e Elwood Blues.

Neil Young, Heart of Gold

Deboli nella scrittura, infarcita di clichè, pasticciati dalle pacchianerie degli ottoni, gli errebì di Neil Young, quelli noti e quelli ancora non pubblicati, girano appena un po’ meglio quando i ritmi si dilatano nella ballata, dove la tonalità di canto del canadese, così come la sua chitarra, si trovano più a loro agio. Anche la title track, allora assai popolare per la tirata anticommerciale che polemizza contro le sponsorizzazioni in campo musicale, evidenzia qui tutti i limiti di una instant song scritta con lo stomaco.

Con un paio di buone eccezioni. I rocciosi sette minuti di Crime In The City, che Young riprenderà smorzandone la furia elettrica in Freedom, e i quasi venti di Tonight’s The Night, un flusso magmatico e inquieto nell’alternanza delle parti vocali, nelle quali rabbia e rimpianto si mescolano, con improvvisi crescendo strumentali.This note’s for fans.

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