Bill Gable – Una canzone per perdersi, una per ritrovarsi

Bill Gable

L’album No Straight Lines, di Bill Gable, è una delle rivelazioni dell’anno. Un disco fortemente mediterraneo che danza con eleganza e profondità tra flamenco e suoni del nord Africa, ma anche decisamente americano, scandito da tempi jazzistici e dipanato lungo melodie white soul. Tra Pino Daniele e Milton Nascimento, Goethe e Rosseau, intervistare Bill Gable per Late For The Sky è stato altrettanto rivelatorio. Di seguito un estratto dall’intervista.

 

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Nelle tue note biografiche, ti collochi nel solco della tradizione di songwriter come Paul Simon, Chico Barque e Pino Daniele. Da italiano non posso che esserne piacevolmente colpito. Come nasce e come si sostanzia questa tua connessione con Pino Daniele? Vi siete mai incontrati?
Sfortunatamente non ho mai conosciuto Pino. La prima volta che ascoltai la sua musica fu nel 1989, grazie a Jerry Marotta, che aveva suonato la batteria in Bonne Soirée, poco prima di lavorare al mio album There Were Signs. Mi piacque l’uso che Pino faceva di culture diverse. Ovviamente Napoli ha una propria storia, unica, e Pino non era l’unico a esplorarne la complessità, penso ad esempio a persone come Enzo Avitabile. Ma Pino era unico. Io vedo Pino, Paul Simon e Chico Buarque tutti impegnati ad espandere i confini della musica pop, nelle liriche come nella musica. Pino e Paul, probabilmente più di Chico, hanno connessioni più profonde con la musica etnica….Pino era un vera forza. Vorrei averlo conosciuto.

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Quando ho recensito No Straight Lines, ti ho introdotto come un viaggiatore ed un musicista, non necessariamente in quest’ordine. E avevo in mente i viaggiatori del 18° e del 19° secolo. Cosa rappresenta il viaggio, per te e per la tua musica?
Questa è una idea interessante. Visto che sei italiano, se andiamo a quei tempi forse pensiamo immediatamente ai viaggi di Milton, Shelley e Goethe in Italia. Conosco meglio Goethe, rispetto agli altri due. Era certamente ossessionato, e sedotto, dalla diversità di Napoli dalla Germania. Credo che questa sia una delle ragioni per cui si viaggia. Per apprezzare tutte le possibilità che ci sono nella vita, oltre a quelle che ci sono imposte dalla nostra cultura e dal nostro sistema sociale. E al ritorno a casa qualcosa è cambiato, per sempre…Viaggiare ha certamente influenzato la mia musica, ma non quanto, invece, lo hanno fatto le letture. No Straight Lines è stato scritto in larga parte durante viaggi in Spagna, Marocco, Portogallo, e questo ha giocato un ruolo importante nell’album. Durante quei viaggi, però, (come faccio quasi sempre quando sono in giro), ho letto letteratura locale. In Spagna, Lorca, testi flamenco, poesia andalusa. In Marocco Driss Chraïbi, Mohamed Choukri e Paul Bowles. A Lisbona, Pessoa e Saramago (anche se la prima volta che sono stato in Italia, nel 1979, stavo leggendo Milton e Shelley). E anche tornato a casa, a Los Angeles, ho riletto regolarmente gran parte di quei testi, per mantenere nell’album un legame forte con quei luoghi. In un certo modo, viaggiare e leggere può diventare un tutt’uno. Prendi un libro come Le Città Invisibili di Calvino. Verso la fine del libro capisci, per la prima volta, che tutte le storie incredibili che Marco Polo ha raccontato a Kublai Khan a proposito del mondo che ha incontrato nei suoi viaggi, riguardavano in realtà solo Venezia. Non devi per forza allontanarti da dove vivi.

L’intervista integrale è pubblicata nel numero 123 di Late For The Sky.

 

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