Peter Case – HWY 62 (Omnivore Recordings, 2015)

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L’Highway 62 non è una autostrada come le altre. E’ l’unica, ad esempio, che connette l’est e l’ovest degli Stati Uniti, collegandone i confini con Canada e Mexico. E lungo le sue oltre 2 mila e duecento miglia tocca un paio di luoghi topici nella geografia musicale d’America come Lubbock in Texas, città natale di Buddy Holly, e Okemah in Oklahoma, dove nacque Woody Guthrie. E Hamburg, nello stato di New York, dove Peter Case è nato e ha trascorso l’adolescenza, in una casa giusto ad un isolato di distanza. Per lui, come racconta nelle note di copertina, e per tanti altri, quella autostrada era la porta per l’immaginario Americano, il West.

Muovono da questo pretesto biopoetico le undici canzoni di HWY 62, nuovo album di Peter Case che interrompe così un silenzio di cinque anni. Dieci nuovi brani e una cover da Dylan, una Long Time Gone che danza con gli spettri di migliaia di anonimi hobo, gli invisibili che hanno attraversato il West senza trovarlo. Un brano paradigmatico dell’intero album, che Peter Case gioca indossando l’abito sdrucito dello storyteller, trovatore di frontiera tra blues, folk e pop rock, osservatore compassionevole di vite vissute ai margini.

Quelle che si consumano nelle galere come Pelican Bay, carcere di massima sicurezza nel nord della California, che Case racconta scegliendo un rock blues acustico e veemente con il quale apre l’album, dettandone l’intero mood, e quelle che soccombono all’indifferenza della macchina della giustizia, cantate con ironia corrosiva nel pop brutalmente svagato, e nuovamente acustico di All Dress Up (For Trial). Ma anche vite esiliate dalle sperequazioni economiche e sociali, protagoniste di una ballata folk piena di pietas come Water From A Stone e del beat di Evicted. Vite in attesa di un unico riscatto possibile, la follia, che pervade il blues da strada di If I Go Crazy.

Ma se i temi di HWY62 sono quelli della canzone di protesta, genere peraltro sfortunatamente desueto nei giorni della musica per smartphone, la cifra artistica di Peter Case (The Nerves e The Plimsouls le tappe che precedono il suo percorso solista) è più complessa e sofisticata e il corpo sonoro dell’album più voluminoso della semplice addizione delle poche e acustiche voci strumentali. Nelle mani di una band che annovera, tra gli altri, la chitarra di Ben Harper, le percussioni di D.J. Bonebrake (X) e le tastiere di Jebin Bruni (PIL), HWY62 vibra infatti, al di là delle singole soluzioni stilistiche, dell’energia rauca e diretta di un rock album. D’autore, come si diceva un tempo.

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3 risposte a “Peter Case – HWY 62 (Omnivore Recordings, 2015)

  1. Pingback: Peter Case – HWY 62 (Omnivore Recordings, 2015) | Bamboo Road·

  2. Bella recensione di un disco che devo acquistare e che mi ero appuntato nella whishlist …sicuramente ne avrei tratto un post ma poi ho letto questo ed ho deciso di ribloggarlo… grazie,ciao e keep on rockin’ !! Massimo

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