Elvis Presley with the Royal Philharmonic Orchestra– If I Can Dream (Legacy Recordings, 2015)

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Leggenda vuole che nell’ottobre 1971, quando viveva al 144 di Monovale nell’esclusiva comunità di Holmby Hills, tra Bel Air e Beverly Hills, Elvis creò il proprio logo. Fu lui stesso a disegnarlo e dopo averlo sottoposto a Priscilla, che lo approvò con entusiasmo, spedì uno dei suoi, Jerry Schilling, dal gioielliere Sol Schwartz per farne realizzare, immediatamente, alcune collane con pendente.

TCBQuel logo, tre lettere maiuscole e un fulmine stilizzato, marchiò in breve tutto ciò che aveva a che fare con Elvis, dagli anelli al suo jet privato. L’acronimo era TCB, ovvero taking care of business, mentre il fulmine significava in a flash, motto che riassumeva il codice d’onore della mafia e di tutto l’entourage del Re. Un codice che è sopravvissuto alla sua morte e che impegna ancora, con tutta evidenza, chi si prende cura del business legato al suo nome, primi fra tutti l’ex moglie Priscilla e la Sony Legacy, che ne detiene il catalogo.

Tutto questo per affrontare con sereno disincanto questo nuovo titolo, che costituisce l’apice (commerciale) delle celebrazioni per l’80 compleanno di Elvis, caduto lo scorso 8 gennaio. Un pastiche sotto ogni punto di vista (insomma, un pasticciaccio) reso possibile dalle attuali tecniche di produzione discografica, e sdoganato dalla più che disinvolta pratica della manipolazione post mortem. In questo caso, la giustapposizione delle nude tracce vocali di Elvis, relative a 14 canzoni scelte con imperscrutabile criterio, ad arrangiamenti realizzati ed eseguiti per l’occasione, dalla pur gloriosa Royal Philharmonic Orchestra.

Elvis16Perché di giustapposizione pura e grossolana si tratta. Che ricalca con i toni e i volumi enfatici di un blockbuster di Hollywood l’esplosiva sensualità di Burning Love facendone un esercizio meta kitsch, appiattisce nella stagnante prevedibilità degli archi l’indifesa compassione di In The Ghetto, annega ogni traccia gospel in ciò che resta della How Great Thou Art che Elvis registrò con i Jordainers. E quando l’orchestra non basta, alla voce di Elvis vengono aggiunte quelle de Il Volo in It’s Now Or Never, e di Michael Bublè in Fever, entrambe autentici trionfi della predittività più ovvia. E lo stesso accade anche in brani come An American Trilogy o la title track, già pesantemente orchestrati in origine.

A deludere non è l’operazione in sé, in fondo tutta la carriera di Elvis è stata ostaggio delle scelte dei suoi produttori, ma i suoi esiti. Priscilla sostiene che questo è l’album che il suo ex marito avrebbe voluto fare. TCB, appunto. Di questo, forse, anche Elvis sarà contento.

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2 risposte a “Elvis Presley with the Royal Philharmonic Orchestra– If I Can Dream (Legacy Recordings, 2015)

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