Free Birds, 20 ottobre 1977

RVZ3Quando Harold Buker, detto Zunk, vide il Capitano McCreary e il suo secondo pilota, William J.Gray jr, scambiarsi una bottiglia di Jack Daniels, non ne fu particolarmente compiaciuto. Non che fosse un puritano. Il suo primo milione di dollari se l’era guadagnato spacciando erba e altre sostanze purissime e ora che era l’assistente per le operazioni di volo degli Aerosmith, la rock band sensation di quell’estate del 1977, aveva scoperto (e condiviso) la potenza della cocaina. Quei due, comunque, non piacevano nemmeno a suo padre, un veterano dell’aria, l’uomo che decideva con chi e come la band poteva volare. “No way”, fu il suo unico commento davanti a quel Convair 240, sigla N55VM, costruito nel 1947 e che dichiarava tutte le oltre 29 mila ore volate in trent’anni.

LS Convair rAnche i Lynyrd Skynyrd stavano vivendo la loro stagione più gloriosa, tra whiskey bottles e brand new cars, erba, cocaina e quaaludes. Ma non avevano un responsabile di volo come il padre di Zunk. A loro, quel vecchio Convair riadattato per ospitare il triplo dei passeggeri per i quali era stato costruito, e in fondo assai meno caro di un Learjet, l’aereo delle rockstar, andava bene. Loro erano ragazzi del sud, regulars Joe, un po’ teppistelli quando era ora di far festa, ma ai quali il rock stardom non aveva fatto poi un grande effetto.

Bastarono loro pochi voli, tuttavia, un paio o poco più, per decidere che una volta atterrati a Baton Rouge, quella sera del 20 ottobre, avrebbero interrotto il noleggio. Non ci arrivarono mai a Baton Rouge, Louisiana. Non arrivarono nemmeno ad un aeroporto, uno qualsiasi. Il Convair, senza un goccio di carburante nei due motori, si schiantò nei boschi della Contea di Amite, dalle parti di Gillsburg, Mississippi, solo 8 chilometri prima dell’aeroporto Mc Comb.

TWISTED PLANEAlberi, paludi, alligatori. Il Convair spezzato in due. 6 morti, 20 feriti. Per Ronnie Van Zant, cantante e anima dei Lynyrd Sknyrd, Steve Gaines, chitarrista da appena un anno nella band e sua sorella Cassie, una delle tre coriste, il volo nella più fragorosa band sudista finisce qui. Gli altri, Allen Collins, Gary Rossington, Leon Wilkeson, Billy Powell, Artimus Pyle, sono massacrati, ma sopravvivono. E dopo dieci anni, nel 1987, la bandiera sudista dei Lynyrd Skynyrd torna a sventolare sui palchi.

Ma il tempo non è mai stato dalla loro parte. A quasi trent’anni dalla rinascita, di quei sopravissuti sono rimasti solo Gary Rossington e Artimus Pyle, che peraltro ha abbandonato la band nel 1991. Gli altri sono tutti morti, e con loro anche alcuni di quelli che, nel tempo, ne hanno preso il posto. Come Hughie Thomasson, chitarrista e leader degli Outlaw, e il batterista Bob Burns, con la band ai suoi esordi.

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Free Bird, la loro canzone simbolo dedicata a Duane Allman, il finale rituale e liberatorio di ogni loro concerto, si è caricata nel tempo dei fantasmi di tutti loro, di tutti quei ragazzi del sud che, a partire dal 20 ottobre 1977, hanno seguito Duane cristallizzando la propria eterna giovinezza nell’abbraccio della morte. Di quella canzone, divenuta l’anthem della stagione aurea del Southern Rock, della sua storia e della sua attualità, ho scritto nell’articolo che trovate di seguito, pubblicato un paio d’anni fa nel numero finale di JAM.

Lynyrd Skynyrd – Free Bird

If I leave here tomorrow, would you still remember me? Free Bird nasce da qui, da un tenero gioco tra innamorati. Lui è Allen Collins alto, magrissimo e con una massa ribelle di capelli lunghi oltre il limite di decenza consentito a Jacksonville, Florida, lei Kathy Johns, che di quella città è, invece, figlia più che rispettabile.

KACE’ da qualche anno ormai, da quando ne aveva appena 12, che Allen, assieme ai suoi amici Gary Rossington e Ronnie Van Zant, insegue un sogno selvaggio, provando e riprovando, nel soggiorno di mamma Collins o nel cortile della famiglia Van Zant, tutto quello che i tre ascoltano alla radio. La prima Free Bird che i Lynyrd Skynyrd suonano dal vivo è limitata ai primi cinque minuti di quella che sarebbe poi stata incisa nel 1973. Era, quella, la love song che Allen aveva in mente per Kathy, anni prima di sposarla, e per la quale Ronnie aveva impiegato due anni a trovare le parole. Troppi cambi di accordi, diceva. E una volta trovate melodia e testo, ancora non andava bene. Perché non fate qualcosa nel finale, chiese Ronnie a Collins e Rossington, così posso tirare il fiato per qualche minuto?

RVZQuel qualcosa che Ronnie cercava per riposarsi un po’ durante i quattro lunghi set che la band suonava ogni notte, è oggi uno degli assoli più celebrati nella storia del rock. Oltre quattro minuti, nella versione ufficiale che chiude Pronounced Leh-nerd Skin-nerd e più che raddoppiati in concerto, di pura possessione chitarristica, una raffica istintiva, furente e implosiva, che da ogni terminale sensoriale e nervoso di Collins si scarica sul manico della sua Gibson Firebird I. Basta rivederlo sul palco di Knebworth nel 1976 o l’anno prima al Winterland, spalla a spalla con Rossington, contorcersi, fremere e saltare, il corpo posseduto da una tempesta elettrica che a stento le dita riescono ad imprimere alle corde. E quella love song di cinque minuti drammatizzata dalla slide di Rossington, amplificata dal lungo assolo di Collins che ne sublima pulsioni e tensioni, diviene così la celebrazione di un altro amore ancora, questa volta collettivo, artistico e spirituale, nei confronti di Duane Allman.

performs onstage at One More For The Fans! - Celebrating the Songs & Music of Lynyrd Skynyrd at The Fox Theatre on November 12, 2014 in Atlanta, Georgia.

Ma una canzone, diversamente dal suo autore e dai suoi interpreti, non muore mai, e Free Bird, finale di album e catarsi live perfetta per gli Skynyrd, diviene (troppo) presto, complice la tragica fine di metà del gruppo nel 1977 e dello stesso Collins nel 1990, un momento topico dell’epopea rock sudista, spesso il finale assoluto degli show delle band che ne hanno proseguito la tradizione. Anche per gli stessi Skynyrd, rinati a metà anni ‘80, quando il testo di Free Bird veniva lasciato al canto del pubblico, a sottolineare sia l’insostituibilità del suo interprete originale, Ronnie Van Zant, che l’appartenenza della canzone al mondo.

If I leave here tomorrow, would you still remember me? La risposta vola, da quarant’anni ormai, accanto ai free birds che ci hanno lasciato.

Pubblicato originariamente su JAM

 

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